lunedì 18 novembre 2019

MILANO & l'ITALIA





Tra le tante discussioni che ogni giorno vengono innescate nel nostro Paese da dichiarazioni estemporanee, alcune volte surreali, di esponenti politici, ce n'è una molto seria, perché proviene da un ministro che è anche un uomo di valore, ex vicepresidente dello Svimez, Giuseppe Provenzano, fatta ad un convegno dell'Huffington Post e della Fondazione Feltrinelli su Milano come città europea: “La sua centralità, importanza, modernità e la sua capacità di essere protagonista delle relazioni e interconnessioni internazionali non restituisce quasi niente all'Italia ...”. 

Provenzano non è un ministro qualsiasi, uno di quegli uomini politici che in questi anni di crisi le classi dirigenti sfornano soprattutto intrattenere nei talk show televisivi il popolo dei
like, che continua la millenaria tradizione del pollice su/pollice giù, secondo i propri umori intestinali. Provenzano è un uomo che sa. Ha studiato a fondo la questione meridionale che ci trasciniamo dall'Unità d'Italia, l'ha interpretata, l'ha governata in qualche modo, ma l'intreccia, forse inconsapevolmente, ad un fenomeno più recente, che ha a che fare, come il Sud del resto, con il suo Ministero: la competitività su scala globale di quei poli di aggregazione totale che sono diventate le grandi città.

Dovrebbe sapere che oggi la questione meridionale, a causa di questo intreccio, non è più declinabile come cinquant'anni fa, anche se il Sud continua più di allora a spopolarsi, a impoverirsi, a perdere le migliori energie e intelligenze, che vanno altrove: viviamo in società sempre più globalizzate ed oggi Milano, intesa come grande agglomerazione produttiva di beni e servizi materiali e immateriali, compete con Berlino, Parigi, Londra, New York, San Francisco, ecc. , oltre che con il resto del Paese. Ed è a quel livello che bisogna mettersi per discutere e prendere delle decisioni consapevoli.

Certamente gli Stati nazionali contano ancora per la distribuzione delle risorse, ma sempre meno. Di conseguenza contano, molto più di qualche decennio fa, i territori e le classi dirigenti locali che sanno promuoverli, anche facendo riferimento a politiche nazionali ed europee, nel caso nostro, ma valorizzando al massimo le vocazioni locali, il “genius loci” che ognuno custodisce, mettendoli in condizione di produrre beni materiali e immateriali. Se occorre, e da noi certo occorre, sollecitando le classi dirigenti nazionali a decidere in un'ottica redistributiva sul piano territoriale, ma assecondando le eccellenze, non deprimendole: un difficile, ma necessario equilibrio. 

Il che significa quindi anche indurre a fare altrettanto quei territori, e le loro classi dirigenti, che si impoveriscono sempre più, non solo in ambito nazionale, ma internazionale. Tutto ciò superando vecchie pratiche basate sul livellamento forzato e sulla “restituzione”, che erano già problematiche, alcuni esperti dicono sbagliate, quando lo Stato Nazionale era “a somma zero” e la globalizzazione ancora agli inizi. Erano problematiche già allora perché favorivano lo sviluppo di una deprimente mentalità assistenzialistica, di un vittimismo diffuso, di una ricerca sempre esterna di responsabilità.

Faccio solo un esempio. Il F.M.I. sta svolgendo ricerche sulle diseguaglianze territoriali in tutto il mondo e si è permesso il lusso di analizzare anche le diseguaglianze all'interno dei singoli Stati, facendo notare che il reddito pro-capite del Trentino-Alto Adige (il reddito, non il consumo) è il doppio di quello della Sicilia. Il Trentino-Alto Adige non è Milano: dispone di risorse territoriali interamente montane, basate su una difficile agricoltura e sul turismo, oltre ad un poco d'industria. Riceve finanziamenti dallo Stato centrale più alti delle altre Regioni, in quanto Regione autonoma con minoranze linguistiche, ma non più alti della Sicilia, altra Regione autonoma. 

Ma evidentemente “fa sistema” ed è organizzata a tal punto da sfruttare al meglio anche i finanziamenti europei, che arrivano solo sulla base di progetti credibili di sviluppo, che invece la Sicilia non sfrutta che in minima parte. La differenza consiste anche nel fatto che la Regione Sicilia ha un tasso preponderante di spese correnti, perché gran parte delle risorse vengono impiegate per l'assunzione, per motivi politico/clientelari, di personale in buona parte improduttivo e consuma ricchezza, mentre il Trentino – Alto Adige ha a bilancio una percentuale consistente di investimenti pubblici che fanno da volano a investimenti privati, insomma produce ricchezza, cioè l'esatto contrario. E riesce a trattenere anche risorse umane preparate da Università di ogni parte d'Europa, oltre che da quella di Trento.

L'espressione che mi colpisce nel discorso di Provenzano è quel verbo “restituire”. Che significa veramente? Che Milano si appropria delle risorse del Paese intero, comprese quelle umane, e questo fatto impoverisce gli altri territori, soprattutto il Sud, per cui c'è un problema non affrontato di giustizia territoriale? Vorrei che il ministro spostasse per un attimo l'attenzione dai consumi per posarla sulla produzione di beni e servizi, compresi quelli culturali. È così vero che Milano attrae e trattiene tutto come i buchi neri e non riverbera altrove le proprie competenze? Forse non è il caso di dare giudizi affrettati, ma scavare di più e meglio. 

Chi produce più ricchezza in questo Paese deve essere per forza penalizzato dalle politiche pubbliche e indicato a dito come se fosse un parassita? Non basta che versi all'erario le imposte progressive, come da Costituzione, con minore evasione rispetto ad altri: Irpef, Ires, Irap, e mettiamoci anche l'Iva, in misura tale da rappresentare essa stessa un fattore di redistribuzione?

Nella querelle si inserisce con grande tempismo anche il “Messaggero” di Roma che sostanzialmente accusa Milano di portare via risorse alla Capitale. Questa discussione rischia di raggiungere livelli da stadio. Non basta che con gli altri Comuni, quindi con tutti i contribuenti italiani, Milano versi ogni anno 300 milioni di Euro alle casse languenti di Roma Capitale? Si ritiene un trasferimento di ricchezza improprio il fatto che, data la maggiore efficienza degli ospedali milanesi e lombardi, molti cittadini delle altre regioni, e del sud in particolare, vanno a farsi curare a Milano? Si ritiene un ladrocinio il fatto che, avendo Torino rinunciato per decisione politica alla cogestione con Milano e Cortina delle Olimpiadi invernali, sono rimaste solo Milano e Cortina ad organizzarle avendone i relativi vantaggi? 

Si ritiene un'offesa (a chi?) il fatto che i terreni e le infrastrutture dell'Expo, dopo quell'evento che interessò tutto il mondo e rappresentò una spinta alla globalizzazione del sistema Italia, oggi nasce una struttura come Human Technopole su iniziativa del Comune, mentre qualche anno fa gli attuali governanti di Roma decisero, senza alcun motivo, di rinunciare persino alle Olimpiadi, che avrebbero innescato una riqualificazione di diverse aree della città e delle reti di trasporto? Noi siamo gente con un po' di senso pratico: siamo interessati a ciò che si fa ed al come si fa, lo siamo meno alle giustificazioni postume cariche di sospetti e di vittimismo per ciò che non si fa. 

Se abbiamo nel nostro Paese un serio problema di inadeguatezza della classe dirigente nazionale, ne abbiamo un altro, forse ancora più grave, di una eccessiva differenza culturale tra le classi dirigenti locali. A metà degli anni Novanta del secolo scorso Milano era, per quanto riguarda il trattamento dei rifiuti, nelle stesse condizioni della Roma attuale. La risposta fu una decisione concorde di tutte le rappresentanze politiche di ricorrere all'aiuto di altre città copiandone i modelli, soprattutto a Bologna. 

Cosa impedisce a Roma oggi di fare la stessa cosa? Cosa le impedisce di studiare le municipalizzate di Milano e Brescia, o di altre città all'avanguardia, mettendo insieme rifiuti, trasporti, acqua ed elettricità, in una gestione comune che redistribuisca costi e benefici tra i diversi servizi e magari, col tempo, porti persino in Borsa unitariamente le aziende municipali per una gestione più trasparente dell'attuale ed un afflusso regolato anche di risorse private? 

Cosa impedisce a grandi città come Napoli, Bari, Palermo, Catania di fare la stessa cosa cercando di diventare dei poli di aggregazione di forze produttive, di attrazione di servizi, di cultura, frenando il processo di spostamento di risorse umane di alto livello non solo verso Milano, ma verso Parigi, Londra, Berlino, New York, ecc.? Non siamo così ingenui, lo sappiamo. Ci sono molte più derive locali che esterne ad impedirlo, e non solo culturali. Ma le classi dirigenti devono avere visione e coraggio per rimuovere gli impedimenti. Che ci stanno a fare sennò?
 
Una quarantina di anni fa, per parlare di una realtà che conosco meglio, quando Brescia, allora grande polo industriale siderurgico e meccanico, cominciò a perdere colpi per l'irrompere sui mercati di Paesi meno avanzati del nostro, ma più aggressivi, posò lo sguardo su Milano che appariva come un Moloc dei servizi sociali e finanziari e della produzione di cultura. 

In un primo momento cercò una competizione che sarebbe stata distruttiva per Brescia, poi nacque una collaborazione che portò ad una moltiplicazione delle vie di comunicazione tra le due città, ad una diversificazione delle vocazioni produttive, ad una utilizzazione reciproca che portò persino alla nascita di università bresciane per gemmazione da Milano e successivamente ad una fusione delle due grandi aziende municipalizzate. Ora i due sistemi, pur nella loro diversità, sono parzialmente compenetrati. E sono ambedue abbastanza forti in Europa e nel Mondo. E non disdegnano di attrarre immigrati da altri Paesi, cercando di favorirne l'integrazione, avendo scoperto che sono, per diversi aspetti, una risorsa irrinunciabile. 

Ci sono certamente dei meccanismi perversi di distribuzione territoriale, in particolare tra il Nord ed il Sud. Alcuni sono ereditati dal passato, altri sono creati dalla rapidità e dalla violenza dei processi di globalizzazione, che amplificano le vecchie fratture tra i territori e ne creano di nuove. Ma sono le classi dirigenti che se ne devono far carico senza presunzione e senza vittimismi. Per non subirli hanno due strumenti sui quali far leva: una cultura all'altezza della complessità del mondo attuale, una partecipazione trasparente dei cittadini, che comporti l'abbandono di vecchie pratiche di potere basate solo sulla ricerca immediata del consenso. È su questo che in primo luogo bisogna lavorare al di là delle polemiche che assomigliano molto alle baruffe tra polli, delle quali scrive il Manzoni nel lontano ottocento.