sabato 30 marzo 2019

Elezioni regionali della Basilicata



Non sto a darvi i dati sulle elezioni regionali in Basilicata: li avete letti su tutti i giornali. Non sto nemmeno a fare analisi. C'è tempo per quelle: la mia esperienza personale mi suggerisce di non farle mai a caldo. Sono troppe le trappole dei sentimenti, e non bisogna mai abbandonarsi all'ira.


Mi colpiscono le reazioni degli interessati.


La destra ha vinto, come sta facendo da qualche mese nelle elezioni regionali in Italia, dopo il successo delle politiche di marzo del 20018. Salvini, il ministro della propaganda, si affretta a fare il gradasso pensando alle europee. Con il voto di maggio, dice, in Europa cambierà tutto. 

Certo cambierà qualcosa, ma i tanto decantati sondaggi avvertono che i sovranisti di destra come lui, saranno minoranza in Europa, e si prospetta una maggioranza composta da popolari europei, i socialdemocratici, ed i liberali. 

Gli italiani si addormentano presto e ci mettono sempre un po' di tempo a svegliarsi, è la nostra Storia che ce lo suggerisce. E quando si risvegliano e si trovano di fronte a danni e macerie si dimenticano di esserne i responsabili. E se la prendono, con un eccesso di reazione, con il sedicente dux che li ha presi per i fondelli mentre dormivano. Salvini è avvisato, ma chissà se ci sente nel fragore della sua propaganda perenne e dei suoi travestimenti alla Fregoli.


Poi ci sono i cinquestelle, un caso umano. Continuano a perdere da quando sono andati al governo, anche tanto. In Basilicata ad esempio hanno dimezzato i voti. Ma il loro capo politico, il vicepremier Di Maio è contento del fatto che rimangono il primo partito in quella regione. Mi ricorda il compianto Walter Chiari in veste di ciclista, quando dopo una gara rispondeva, palesemente suonato per la fatica, alla domanda di un intervistatore, che inseguiva la sua bocca con il microfono: “mama, mama, sono contento di essere arrivato uno”. Se continuano ad arrivare uno in questo modo i cinquestelle spariranno in pochissimo tempo dal nostro cielo, come una meteora nel mese di agosto. E non avremo nemmeno il tempo di esprimere il desiderio di non vederli più.


Ma ciò che più mi interessa qui è la reazione del centrosinistra. Zingaretti riconosce la sconfitta, dopo quasi trent'anni di governo regionale, e dice che bisogna ripartire da qui in Basilicata, senza fare altre considerazioni. Eppure, bisognerebbe farne tante, ed io spero che a Roma ci riflettano su. 

Evito di commentare le dichiarazioni di Renzi e amici, smemorati artefici della catastrofe delle elezioni politiche di un anno fa, che non riescono proprio a lasciare per strada l'arroganza abituale. Voglio invece soffermarmi sul candidato presidente della Basilicata, il farmacista Carlo Trerotola, scelto quando ancora Zingaretti non era ancora capo del PD, ed era Martina il segretario nazionale pro-tempore. 

Trerotola, come il pugile suonato interpretato da Walter Chiari, viene messo davanti a un microfono e si affretta a pronunciare una sentenza che rimarrà nella Storia: “meglio secondi che terzi. Analisi del voto? Io faccio il farmacista”. Domanda del giornalista: “Dicono che il centrosinistra si è suicidato candidando un ex missino come presidente”. Risposta di Trerotola: “Era mio padre del Movimento Sociale. Io andavo con lui ai comizi di Giorgio Almirante, e non me ne vergogno. Anzi, ne sono fiero”. 

All'inizio della campagna elettorale aveva detto che lui ha ancora delle cassette con i discorsi di Almirante e, una volta tanto, se le ascolta commuovendosi. Caspita, un genio così è difficile da scovare! Non oso fare indagini per scoprire cosa sia andato a dire in campagna elettorale. Forse che l'avevano candidato a sua insaputa, benedetto farmacista?

È questo il punto: perché Trerotola, caro Martina? Le solite voci dicono che l'ex presidente della Regione, Marcello Pittella, che alle primarie, secondo le solite malelingue, ha tirato inutilmente la volata a Martina, e che è stato arrestato e costretto alle dimissioni per una questione di appalti e concorsi truccati (cito da “La Repubblica” del 26 marzo), non ha voluto mollare: “ha tenuto la coalizione in ostaggio fino all'ultimo momento. Poi ha mollato imponendo però la candidatura di Trerotola”, che è fiero del fatto che andava ai comizi di Almirante, e ancora si ascolta le cassette. 

Marcello Pittella ha imposto quindi chi non avrebbe certo minacciato, dato il personaggio, la ragnatela delle sue amicizie, o ha fatto come quel Sansone del luogo comune, che dice “muoia Sansone con tutti i filistei”. Una sconfitta annunciata dunque, forse voluta, non so se per calcolo o per dabbenaggine: una storia di ordinaria arroganza, volendo essere teneri. Il PD si è fortemente diviso. Quello ufficiale ha preso meno voti di Pittella ed i suoi amici, la cui rete è ancora lì, alla luce del sole, nella sua purezza adamantina, mentre Trerotola, all'opposizione di sé stesso, fa il farmacista e ascolta le cassette di Almirante. 


Sono solidale con Zingaretti, ammesso che serva a qualcosa. A lui mi sento di dire di fare in fretta a ricostruire il campo del centrosinistra. In tutta Italia, compresa la Basilicata. In fretta e bene, con coraggio, determinazione, e intelligenza, se possibile.

Lanfranco Scalvenzi

venerdì 29 marzo 2019

Investimenti & Sviluppo



La politica economica del “Governo del Cambiamento” punta molte delle sue carte sullo sviluppo inteso come crescita del PIL, ma anche come miglioramento della coesione sociale legata al sostegno alle classi più deboli. 

Le due misure bandiera, il reddito di cittadinanza e la pensione con quota 100, promettono progressi nel campo della coesione sociale, ma solo indirettamente sulla crescita del PIL. Infatti, esse producono uno stimolo dei consumi derivante da un lato dagli incrementi del reddito disponibile per la platea dei beneficiari e dall’altro dalla sostituzione dei lavoratori anticipatamente pensionati con nuovi dipendenti a loro volta titolari di ulteriore reddito disponibile. 

I consumi sono certamente lo strumento più immediato e veloce per alimentare il PIL, soprattutto se le misure di sostegno vengono applicate alle classi sociali con maggior propensione al consumo, tipicamente le classi più deboli quali disoccupati e nullatenenti. Tuttavia gli effetti moltiplicativi dei consumi sono abbastanza limitati dal momento che, pur alimentando la domanda interna con cicli di circolazione dei flussi finanziari che si riproducono a cascata in tutti i settori dell’economia reale, l’onda espansiva si esaurisce presto, andando invece ad alimentare alla fine dei cicli il risparmio (vedi effetti del contributo ex DL 66/2014, gli 80 €/mese) e in definitiva la massa monetaria e finanziaria inattiva parcheggiata nelle istituzioni creditizie e di cui oggi il nostro Paese dispone già in abbondanza, senza per questo riceverne significativi contributi allo sviluppo. 

Quindi è chiaro che per attivare una crescita strutturale e duratura del PIL servono ulteriori strumenti che vadano oltre la mera stimolazione della domanda interna, facendo ricorso a tutte le principali componenti di determinazione del Reddito Nazionale e del Prodotto Interno Lordo.
Conviene ricordare che, in base alle definizioni condivise dagli istituti di statistica di tutti i paesi ad economia di mercato o mista, oltre ai consumi, le principali grandezze che concorrono col segno positivo alla formazione del PIL sono la spesa pubblica, le esportazioni e gli investimenti. Tuttavia, i moltiplicatori di reddito ad esse associati e soprattutto i tempi di sviluppo dei loro effetti sono assai diversi.
Ad esempio, nessuno oggi pensa che la spesa pubblica possa essere considerata lo strumento preferenziale per attuare politiche di sviluppo, soprattutto per un Paese come l’Italia con un debito pubblico esagerato cui non è possibile aggiungerne ulteriore derivante da politiche di deficit spending come generosamente utilizzate nel corso della storia per far uscire l’economia mondiale da gravi crisi finanziarie a partire da quella del 1929. Tuttavia, una spesa pubblica virtuosa, perché indirizzata verso investimenti strutturali, viene universalmente riconosciuta come strumento utile per promuovere sviluppo, anche se con tempi di ricaduta assai lunghi. 

Nella promozione dello sviluppo meglio lavorano le esportazioni. Infatti, è ormai risultato acquisito della teoria economica, fin dai tempi dell’economia classica, che la crescita indotta dalle esportazioni sia di ottima qualità, perché con effetti immediati e soprattutto durevoli con elevati moltiplicatori, andandosi ad innestare su flussi economici e finanziari già presenti e producendo quindi miglioramenti per le imprese e a cascata per tutti i fattori di produzione. In effetti il nostro Paese è sempre stato sicuro protagonista del commercio mondiale, ma le guerre tariffarie e doganali che si sono aperte sul mercato globale rischiano di sgonfiare questo importante flusso di reddito, vanificando il suo positivo contributo allo sviluppo.
Conviene quindi concentrare l’attenzione delle politiche economiche sugli investimenti, non prima però di aver fatto un po’ di chiarezza sul vero significato di questa grandezza che spesso viene usata a sproposito, andando ad accomunare sotto lo stesso aggregato tipologie di intervento con caratteristiche molto diverse.

Cominciamo con l’escludere dagli investimenti che meglio promuovono lo sviluppo tutti gli investimenti finalizzati ad ottenere rendite finanziarie, immobiliari e di posizione. È chiaro che anche le rendite costituiscono ai fini della contabilità nazionale reddito, ma si tratta di reddito per alcune classi sociali con alta propensione al risparmio piuttosto che al consumo e con un limitato effetto moltiplicatore. Infatti, i flussi finanziari che ne derivano vengono prevalentemente parcheggiati sul mercato finanziario in attesa di nuove opportunità di investimento a rendita e solo raramente vengono indirizzati verso l’economia reale.
Di fatto questo tipo di investimenti produce ancor meno sviluppo dei consumi, soprattutto in Italia dove, esauritasi la virtuosa parabola della ripresa economica del secondo dopoguerra, le seconde generazioni, e ora anche le terze, della classe dirigente dimostrano di apprezzare assai di più le rendite finanziarie del mercato globale rispetto al rischio di impresa praticato dai loro nonni.

Inoltre, già a partire dagli anni ’80, pur con tassi di inflazione e di interesse a doppia cifra e forse proprio per questo, un mercato creditizio molto generoso si è sostituito ai mezzi propri nella copertura del fabbisogno finanziario per gli investimenti, alimentando la convinzione che lo sviluppo delle imprese dovesse essere sostenuto solo da mezzi di terzi, mentre i profitti potessero essere liberamente disposti dagli azionisti, spesso con trasferimenti transfrontalieri. Come sappiamo le crisi del debito, non solo pubblico, hanno bruscamente riportato il sistema economico e finanziario con i piedi per terra, condannando dapprima le imprese marginali, poi quelle più grandi ed ora anche le banche. Il risultato è che oggi, pur in presenza di ampie disponibilità finanziarie, il credito all’economia reale è molto limitato e il finanziamento alle start-up che potrebbero fornire una iniezione di risorse imprenditoriali e manageriali per lo sviluppo è addirittura bloccato. 

Di fatto gli ultimi decenni non hanno visto la crescita di nuovi investimenti privati di tipo greenfield, molto impegnativi e ad alto rischio, ma neanche di tipo brownfield anche se teoricamente più affidabili, generando un processo diffuso di disinvestimento cui si sono aggiunte le dismissioni delle aziende di Stato. Con l’alibi che “non c’è alcun bisogno che lo Stato produca panettoni” si è proceduto a demolire l’intera struttura portante della nostra economia, dapprima l’industria pesante e poi tutto il resto, andando a regalare a importanti gruppi italiani e stranieri, ma anche a speculatori e faccendieri, importanti marchi con le loro strutture industriali. 

A mero titolo esemplificativo si possono citare, sperando di non far torto a nessuno, Alfa Romeo, Italsider, Cirio, Motta e Alemagna, Nuovo Pignone, Compagnia Italiana Turismo e molte altre. Come sappiamo molte di queste imprese non hanno fatto una fine decorosa, ma alcune si sono rilanciate. Valga per tutte l’esempio della Nuovo Pignone acquisita dalla General Electric. In occasione di un recente incontro con uno dei massimi dirigenti dell’epoca della multinazionale americana, ho a fatica digerito la convinzione sua e dei suoi azionisti che quell’operazione è stata la migliore e più redditizia acquisizione mai effettuata dal gruppo. Naturalmente la gran parte degli effetti reddituali e di PIL non sono rimasti nel nostro Paese, come è normale che sia nelle politiche di tutte le multinazionali. 

Purtroppo, sulla strada delle privatizzazioni si è fatto ancora di più, perché si è passati anche alla cessione dei servizi in concessione. Valga per tutti l’esempio delle telecomunicazioni, delle autostrade, degli aeroporti e dell’Alitalia. Si sperava che la migliore efficienza gestionale dei privati potesse dare nuovo impulso alle imprese, ma non è andata sempre così: l’Alitalia ha continuato a bruciare risorse pubbliche con l’aggravante di aver distratto reddito a favore di almeno due diverse e successive cordate di azionisti, più interessati a parassitarla che a rilanciarla. Anche queste politiche non hanno contribuito a sostenere gli investimenti e ancor meno il PIL.

E’ evidente quindi che rispetto alla situazione degli anni ’80 in cui tutti gli investimenti del secondo dopoguerra stavano dando il loro contributo alla crescita del PIL, alimentando al contempo i redditi di tutte le componenti produttive, e addirittura gli Investimenti Diretti Esteri si affollavano a corteggiare le nostre imprese per banchettare alle generose tavole del nostro mercato, oggi che i processi di disinvestimento hanno manifestato i loro devastanti effetti e che i marchi più appetibili sono già stati ceduti, come nel caso della moda, ci tocca ripartire da sotto terra. Per usare una metafora: i buoi sono scappati ed è inutile richiudere i cancelli, perché invece ci servono aperti per sperare di far rientrare almeno in parte ciò che abbiamo perso. 

Nonostante tutti gli errori strategici e la globalizzazione, la nostra economia ha continuato a crescere in modo costante anche se limitato fino almeno alla crisi del 2008 e ciò dimostra che la sua struttura è comunque solida, perché esiste uno zoccolo duro che nessuno è riuscito ad intaccare. Non è un caso che il nostro Paese sia ancora il secondo produttore ed esportatore industriale europeo, che nella moda nell’alimentare nel farmaceutico nella meccanica strumentale e nell’energia verde siamo al vertice tra tutti i paesi industriali e che l’italian style resti sempre il più ambito degli obiettivi di vita per tutte le latitudini, all over the world per dirla con linguaggio globale. 

È quindi da questi settori che bisogna ripartire con processi di integrazione verticale e/o orizzontale che creino sinergie commerciali e produttive, di diversificazione verso nuovi prodotti e nuovi mercati, di connessione con distretti/reti internazionali ed eventualmente di fusione tra più aziende con l’obiettivo di aumentare il peso specifico sui mercati. Restano importanti margini di crescita in alcuni settori in cui godiamo di importanti vantaggi competitivi e di barriere all’ingresso non facilmente aggirabili. Si tratta dei Beni Culturali e del Turismo, incluso il trasporto aereo, della Protezione Ambientale e del Riciclo dei Rifiuti Industriali e Urbani, delle Infrastrutture quali reti fisiche (stradale, ferroviaria, portuale e aeroportuale, elettrica, idrica, fognaria, metanifera) ma anche reti virtuali che, pur cedute al settore privato (telefoniche e di comunicazione), necessitano comunque di un coordinamento di rete (banda larga e frequenze ad esempio), della Sanità e dei Servizi alle Persone.

Fin qui credo che nessuno possa contestare una politica economica che vada in queste direzioni. Tuttavia, il dibattito diventa sterile quando si indirizza sugli strumenti di intervento. Infatti, tutti si concentrano sui fabbisogni finanziari e sulle risorse necessarie a garantire gli investimenti, quando in realtà bisogna prima capire quali sono gli interventi di natura reale che bisogna attivare. Così è come se rilasciassimo un assegno in bianco ai destinatari degli interventi, senza neanche indirizzarli su priorità e modalità. In realtà quello che manca è un coordinamento di politica industriale che, senza voler condizionare gli animal spirits di schumpeteriana memoria, garantisca almeno il rispetto del Sistema Paese e dei diritti costituzionali di tutti i suoi cittadini. 

L’attenzione va quindi spostata sulle priorità e sulle modalità delle politiche di sviluppo destinate al sistema produttivo.
In termini di priorità vanno privilegiati tutti gli interventi che mirino al recupero di strutture preesistenti, allo sviluppo della concorrenza, all’allargamento della fruizione di prodotti e servizi da parte dei cittadini e in definitiva al miglioramento della qualità della vita. Ma come fare?

Il percorso chiave è fatto di RICERCA – INNOVAZIONE - GESTIONE. Infatti, la crescita di qualsiasi impresa, sia essa già esistente oppure frutto di un nuovo progetto, è un processo complesso che, partendo dalla intuizione del cambiamento, attiva ricerca ed innovazione, implementando i risultati nella gestione ordinaria.
Ad eccezione della fase di intuizione che essendo la scintilla di avviamento del processo di cambiamento è sempre di natura interna all’organizzazione, a partire da una qualsiasi delle successive fasi di ricerca, innovazione e gestione, c’è bisogno di un supporto che consenta di proseguire il percorso verso lo sviluppo.

Si tratta di studiare interventi mirati su:


·   Ricerca, intesa come applicata e pre-competitiva a partire da risultati di ricerca di base, spesso completata in ambiente universitario, ma che necessitano di essere messi a fattor comune da parte di istituzioni pubbliche e private interessate a predisporre un vero e proprio progetto industriale: analisi e valutazione dell’idea progettuale in chiave prospettica, ricerca di partner scientifici, istituzionali e industriali, elaborazione del progetto e del piano finanziario di copertura degli investimenti, gestione delle regulations previste.

·   Innovazione, intesa come applicazione delle intuizioni e della ricerca finalizzate al conseguimento di benefici per il sistema complesso di appartenenza. Servono intelligenze di diversa natura quali curiosità memoria motivazione dedizione velocità e flessibilità, ma anche strumenti per la creatività, intesi come tecniche interdisciplinari di scienze matematiche fisiche chimiche biologiche economiche e socio-culturali da capitalizzare all’interno di tecnologie codificate e protette da marchi e brevetti..

Gli obiettivi conseguibili dall’innovazione, sia in ambito nuovi prodotti che soprattutto revisione e ottimizzazione di processi, sono tutti riconducibili a due ambiti fondamentali, la strategia e l’operatività con cui le imprese, sia in fase di avviamento che di consolidamento, si confrontano costantemente nella sperimentazione di nuove direzioni e modalità di business.

Per esempio, in ambito strategico si possono indicare attività di: riutilizzo dei residui industriali, rigenerazione di impianti, integrazione verticale a valle o a monte, rinnovamento di canali di vendita e distribuzione, diversificazioni, scorpori, fusioni e acquisizioni.

In ambito operativo prevalenti sono le attività di: accorciamento della “supply-chain”, valorizzazione dell’ultimo miglio con “just-in-time” e “content-delivery”, integrazione dei dati di comunicazione e trasporto, ottimizzazione dei processi complessivi.

Ma le tipologie di innovazione sono le più diverse in quanto derivate dalla creatività delle imprese e in ultima analisi di dipendenti e collaboratori. Infatti, l’intero processo si confronta costantemente con una attitudine aziendale verso la “business intelligence”, intesa sia in termine di raccolta informazioni che di elaborazione delle stesse per ottenere risultati in grado di equilibrare fattori interni ed esterni all’organizzazione. Ed è proprio in questo ambito che si esprimono le attività di gestione che costituiscono l’ultima fase dei processi di innovazione. Si tratta di attività ispirate all’organizzazione delle risorse umane e strumentali in tutti i settori suscettibili di recepire e consolidare i risultati dell’innovazione. 

L’intero processo innovativo rivelandosi così articolato e complesso non viene quasi mai praticato spontaneamente dalle imprese e necessita quindi di adeguato supporto da parte di strutture pubbliche in grado di fornire tutti gli strumenti necessari alla sua finalizzazione. Purtroppo, la attuale struttura di supporto pubblico concentra la sua attenzione a monte e a valle dell’innovazione. Infatti, Università ed Enti di Ricerca mettono a disposizioni importanti e qualificate risorse umane e strumentali per la ricerca di base, ma non per quella applicata e pre-competitiva. Viene completamente saltato il processo di innovazione che resta nelle mani delle imprese, con tutte le difficoltà di distrarre tempo e risorse dalla gestione ordinaria per assegnarle a progetti speciali. Infine, la mano pubblica recupera il suo ruolo di protagonista quasi esclusivamente sul piano finanziario i cui interventi però, per i crescenti problemi di finanza pubblica, si sono via via ridotti trasformandosi da contributi a fondo perduto in contributi in conto interessi e in conto imposte. 

Peraltro, bisogna anche riconoscere che neanche quando i contributi a fondo perduto erano la prevalente forma di sostegno all’innovazione, il sistema imprese ha dimostrato sufficienti capacità di spesa, dal momento che non siamo mai stati in grado di sfruttare in pieno tutte le risorse messe a disposizione dalla programmazione UE, continuando ad essere finanziatori netti di quasi tutti gli altri 27 paesi, che invece dimostrano di saper ben sfruttare le opportunità comunitarie. 

La spiegazione di queste insufficienti performance è solo una: carenze di progettualità insieme alle inefficienze degli uffici pubblici deputati alla gestione dei fondi per la ricerca e l’innovazione, siano essi di natura regionale o nazionale, ma anche alla incapacità delle imprese di accedere ai fondi comunitari destinati alla ricerca e sviluppo.

Il Governo ha recentemente avanzato idee sulla promozione degli investimenti con la creazione di un Fondo per l’Innovazione da 1 MLD€, il rilancio della legge Sabatini per gli investimenti in macchinari, la conferma del superammortamento al 130% e l’allargamento del Fondo di Cogaranzia anche a programmi di investimento di medio-grandi dimensioni. Tutto aiuta, ma si tratta ancora una volta di interventi orientati solo e soltanto agli strumenti fiscali e finanziari sperando che da soli possano stimolare la voglia di investimento delle imprese. Purtroppo, non sarà sufficiente. 

Inoltre, è bastato l’annuncio di queste potenziali provvidenze per preparare un vero e proprio “assalto alla diligenza” da parte non tanto delle imprese stesse, ma soprattutto di tutte quelle istituzioni pubbliche e private che intermediano a diverso titolo i fondi finanziari. Si tratta dei fondi di venture capital o presunti tali, dei fondi di private equity che, avendo esaurito le migliori opportunità di investimento su aziende con EBITDA positivi, puntano ad abbattere il livello di rischio sulle start-up col sostegno pubblico, ma anche dei fondi di fondi che, con la scusa di diversificare il rischio, si candidano al ruolo di mediatori sovrani dell’intero sistema di finanziamento pubblico dell’innovazione, confinando le istituzioni pubbliche destinate alla promozione degli investimenti ad un ruolo di comprimari, al massimo destinati a cofinanziare scelte determinate solo e soltanto dai “signori del credito”. 

Se così sarà, otterremmo il risultato non entusiasmante di rafforzare l’attuale sistema di mediazione degli investimenti, gratificandolo con tutte le commissioni di intermediazione cui sistemi simili quali quelli dei fondi comuni o dei fondi immobiliari o anche dei fondi previdenziali ci hanno abituati (fee di ingresso, di gestione, di performance e quant’altro frutto della fantasia dei gestori), ma anche col ristoro dei loro costi di struttura e di management, senza però ottenere garanzie che i fondi arrivino pienamente ai veri destinatari, cioè agli start-upper e alle imprese più innovative. 

Giova ricordare che i fondi italiani di venture capital nelle graduatorie europee e globali, redatte da appositi istituti di ricerca sovranazionali (dealroom.co ad esempio), non vengono neanche citati, se non per singoli specifici casi di eccellenza, mentre la fanno da padroni sia per dimensioni che per qualità i fondi americani, inglesi, tedeschi e francesi. Non è un caso che, a parte americani e inglesi che basano gli investimenti su un tessuto di intermediazione finanziaria e consulenziale assai consolidato e che non hanno bisogno di supporto pubblico, siano proprio Germania e Francia a detenere la leadership sul mercato europeo continentale: hanno adottato politiche di intervento diretto nella promozione degli investimenti, limitando ad operazioni molto particolari la mediazione di operatori specializzati di settore. 

La conseguenza diretta di assenza di politiche industriali sull’innovazione nel nostro Paese è che, per come evidenziato dai rapporti del WIPO – World Intellectual Property Organization di Ginevra, nei brevetti internazionali PCT l’Italia è scarsamente rappresentata, visto che nel 2016 risultano presenti solo 3.363 application, prevalentemente di piccole e medie imprese e università, a fronte di dati per singola azienda internazionale, cinese americana giapponese coreana tedesca francese, di oltre 1.200 con punte individuali che arrivano anche a 4.000, su un totale di oltre 233.000 application. Ancora peggio va per quanto riguarda l’uso dei brevetti da parte di aziende italiane fermo a 1354 (di cui 57 della Nuovo Pignone di proprietà della GE, con ENI, TELECOM, PIAGGIO e SAIPEM tutte sotto 30), mentre i contractor, i soggetti deputati allo sfruttamento industriale dell’innovazione, sono tutti stranieri, con in testa Cina e USA. 

D’altronde non potevamo aspettarci risultati diversi dal momento che tutti i governi precedenti non hanno considerato una priorità la promozione dell’innovazione e addirittura sono arrivati a sganciarsi dal progetto di brevetto europeo che ha sensibilmente tagliato i costi di registrazione in ambito UE dei risultati dell’ingegno con la scusa di non poter accettare che tutta la documentazione fosse tradotta in solo tre lingue, inglese francese e tedesco, escludendo l’italiano e lo spagnolo. Non è un caso che proprio l’Italia e la Spagna, pur avendo poi rettificato la loro posizione, si ritrovino oggi nelle posizioni di coda dell’innovazione in Europa. 

Bisogna quindi cercare di invertire il processo di innovazione trasferendo in capo ad una o più strutture pubbliche le fasi di ricerca applicata e pre-competitiva e di elaborazione dei progetti di innovazione e industrializzazione, lasciando tuttavia alle imprese il compito di tirare fuori dai cassetti tutte le business idea che per motivi finanziari, ma spesso solo organizzativi, non sono state in grado di sviluppare. Queste strutture esistono già, anche se sono distribuite presso diversi dicasteri: Invitalia e ICE - Istituto Commercio Estero presso il MISE, CNR - Consiglio Nazionale delle Ricerche presso il MIUR, SNA - Scuola Nazionale di Amministrazione presso la Presidenza del Consiglio, ma anche ENEA, SACE/SIMEST, CDP e chissà quante altre nascoste nelle pieghe del bilancio statale. 

Non serve aumentare la spesa pubblica, ma un progetto di coordinamento complessivo che, direttamente sotto la responsabilità della Presidenza del Consiglio, finalizzi tutte queste intelligenze verso l’innovazione, veicolando le risorse umane e strutturali già esistenti e più adatte verso questo importante obiettivo istituzionale: stimolare e governare gli investimenti, ottimizzare i processi innovativi e promuovere lo sviluppo del sistema economico-produttivo, andando a catturare i fondi sia pubblici che privati ovunque siano disponibili in Italia o all’estero. Se i progetti sono validi e ben presentati non possono non attirare investitori.

A quel punto il tasso di crescita del PIL non sarà più una variabile indipendente che sembra calare la sua triste scure sulle sorti del nostro Paese, ma potrà essere visto come uno strumento vero di politica economica, consentendo di monitorare alla fonte gli effetti degli interventi e di aggiustare eventualmente il tiro delle politiche di innovazione, ampliando l’effetto moltiplicativo e allungando la durata delle ricadute reddituali e occupazionali.

Leonardo Loprete