giovedì 26 ottobre 2017

ASPETTATIVA DI VITA O DI MORTE?



Il dibattito sulla adeguatezza dell’età pensionabile nel nostro paese continua più vivo che mai tutte le volte che le istituzioni deputate alle analisi statistico-economiche colgono l’occasione di ricordare alla opinione pubblica che la Riforma Fornero non va toccata. In realtà la riforma è stata già più volte corretta con le tutele agli esodati, con l’apertura al pensionamento differenziato per le donne, con la ricongiunzione gratuita dei contributi anche verso il parasubordinato e infine con l’Anticipo Pensionistico (APE social e a pagamento) con costi che ormai hanno superato i 10 miliardi di euro. Il sospetto è che l’ulteriore allungamento strutturale dell’età pensionabile serva proprio a finanziare tutte queste tipologie particolari secondo la logica tutta italiana di proteggere alcune categorie di cittadini a danno di tutti gli altri.

Urge dunque fare chiarezza per provare a valutare il sistema pensionistico nelle sue caratteristiche strutturali a partire dai presupposti base, tra cui l’aspettativa di vita è il principale, e soprattutto dai dati che fotografano la situazione demografica del nostro paese. 

I dati sugli indicatori demografici pubblicati dall’ISTAT forniscono come al solito una fotografia della popolazione italiana che, essendo un semplice fotogramma di un film ancora tutto da completare, deve metterci in guardia da tentazioni estrapolative che verrebbero prontamente smentite anche dal semplice aggiornamento delle serie storiche degli anni successivi.

Ne è un esempio palese il dato sulla aspettativa di vita degli italiani che per il 2015 parlava per la prima volta da molti anni a questa parte di una riduzione da 80,3 a 80,1 anni per gli uomini e da 85 a 84,7 anni per le donne, mentre per il 2016 indica una risalita a 80,6 anni per gli uomini e a 85,1 anni per le donne. E’ evidente che nel breve arco di dodici mesi nulla è cambiato sostanzialmente per cui piuttosto che di aggiornamento dell’informazione si dovrebbe parlare in senso statistico di puro “rumore”.

Pertanto i tentativi di interpretare il dato per il 2015 che parlavano di fattori congiunturali, tra i quali il principale sembrava essere la riduzione delle spese sanitarie pubbliche e private in prevenzione, ivi comprese le vaccinazioni, non possono che apparire oggi alla luce dei dati 2016 pura mistificazione. Non mi stupirei peraltro di rilevare che anche per il 2017, una volta che saranno resi disponibili i dati di consuntivo, a causa dei picchi di temperature e di siccità della stagione estiva, l’indice di mortalità possa registrare un ulteriore stallo se non addirittura una regressione.
Viceversa assai più utile è provare ad analizzare l’indicatore stesso in termini strutturali andando a valutare l’effettiva robustezza/fragilità dello stesso in una chiave di lettura proiettata verso il futuro.

Possiamo partire dal più semplice indicatore di mortalità, il numero dei morti per 1000 abitanti che, dopo essersi sensibilmente abbassato dai quasi 35/1000 della seconda metà dell’800 fino ai circa 10/1000 degli anni a cavallo del 1950, si è sostanzialmente stabilizzato. Ciò in presenza di un tasso di crescita naturale della popolazione costantemente in flessione da almeno 25 anni con un tasso di natalità ormai sceso intorno alle 9/1000 unità e un tasso di mortalità che sembra essersi stabilizzato su valori compresi tra le 9 e le 10 unità sempre per mille abitanti. È difficile quindi aspettarsi ulteriori miglioramenti dell’indice di mortalità in assenza di significativi cambi di segno negli indici di natalità.

Una seconda considerazione può essere fatta prendendo in esame il dato relativo a tutti coloro che hanno superato l’età di 90 anni, in pratica cinque anni di più rispetto all’aspettativa di vita correntemente stimata per le donne, partendo dal 2009 per arrivare al 2016 (si tratta delle popolazioni/coorti dei nati tra il 1919 e il 1926)  e mettendolo in relazione con i nati vivi delle stesse coorti. Il risultato è un indicatore costantemente in crescita dal 10,4% al 14,7%. Lo stesso indicatore calcolato per i soggetti che hanno superato l’età di 95 anni sulle coorti 1914-1921 pur in crescita passa dal 3,2% al 3,7. Anche per i soggetti che hanno superato l’età di 100 anni l’indicatore, calcolato ovviamente solo per le coorti 1909-1916, parla di crescita, ma sempre più contenuta, passando dall’1,55% all’1,65%.

In pratica i tassi di crescita dell’indicatore di sopravvivenza a 90, 95 e 100 anni, pur considerando l’effetto negativo sulla mortalità degli eventi bellici del secolo scorso, decrescono sensibilmente col crescere dell’età, lasciando intendere che ulteriori significativi incrementi del limite estremo della vita, a meno di clamorose scoperte medico-scientifiche prontamente diffuse sull’intera popolazione, non possano essere semplicisticamente previsti.

Ma in effetti ciò che potrebbe influenzare in modo più significativo l’indice di aspettativa di vita per l’intera popolazione è soprattutto l’età del decesso di tutti coloro che non hanno avuto la fortuna di poter raggiungere neanche l’età corrispondente all’aspettativa di vita media, anno per anno calcolata. In pratica si tratta di tutti quegli individui che nella curva di frequenza dell’età di morte (la famosa curva a campana di Gauss) si trovano nei percentili e decili inferiori. Più significativo sembra essere il dato di vita probabile corrispondente all’età mediana alla morte, cioè l’età entro cui è deceduto il 50% della popolazione di riferimento

Solo se la curva a campana è simmetrica (ipotesi assolutamente irrealistica), la media (aspettativa di vita) coincide con la mediana (vita probabile). Se però c’è asimmetria verso i centili inferiori la vita probabile è inferiore alla aspettativa di vita lasciando molto meno ottimisti tutti coloro che confidano di raggiungere la fatidica età limite di vita.

Anche considerando il metodo di calcolo della aspettativa di vita non c’è da entusiasmarsi dal momento che dipende esclusivamente dai tassi specifici di mortalità registrati nell’intera popolazione nell’anno di osservazione. Pertanto se in un determinato anno il tasso di mortalità è più alto, la aspettativa di vita si riduce rispetto all’anno precedente. È quello che si è verificato in due anni recenti assai particolari, il 2003 e il 2015, in cui si sono registrati dei picchi di mortalità (653000 nel 2015 con un tasso di mortalità pari al 10,7 per mille, il più alto dal secondo dopoguerra in poi).

Ne consegue che l’indicatore aspettativa di vita non è strutturalmente stabile (in biologia si definirebbe fragile) perché fortemente correlato col tasso di mortalità, a sua volta dipendente da eventi casuali difficilmente prevedibili (vedremo successivamente come le diverse cause di morte siano cambiate a partire dal secondo dopoguerra).

Inoltre dal momento che l’aspettativa di vita viene calcolata sull’intera popolazione e non per singole coorti, l’indicatore risulta distorto dall’effetto positivo o negativo di tutte le coorti di non appartenenza di ogni singolo individuo.

In pratica se ogni singolo individuo che avesse superato i 60 anni volesse effettivamente conoscere la sua vita probabile, dovrebbe far riferimento innanzitutto alla sua coorte (anno di nascita) e poi alla mediana e cioè all’età cumulata di morte di almeno il 50% del suo universo di riferimento (la popolazione col suo medesimo anno di nascita). Il sospetto forte è che il risultato sarebbe per la maggior parte delle coorti inferiore alla aspettativa di vita – età media alla morte per l’intera popolazione nell’anno di rilevazione. Anche nel caso di dati aggregati il risultato sarebbe lo stesso: a causa della differenza tra media e mediana per l’indicatore relativo all’intera popolazione, ma anche a causa delle diverse caratteristiche delle popolazioni. Solo disaggregando i dati per singole coorti e calcolando la mediana per   confrontarla con la media si potrebbe eventualmente individuare una tendenza consolidata alla crescita generalizzata dell’età dei decessi e quindi anche della aspettativa di vita.

Tuttavia anche lavorando solo con i dati aggregati una indicazione si può ottenere. Calcolando per le diverse età di decesso della popolazione la media e la mediana per gli anni successivi al 1966, anno in cui si è definitivamente stabilizzato il tasso di mortalità magari verremmo a scoprire che dopo i 60 anni la mediana è costantemente inferiore alla media. Poiché è proprio questa la fascia di popolazione soggetta a soccombere nei prossimi anni è significativo sapere che ha una vita probabile inferiore alla aspettativa di vita, mentre non ha nessuna importanza sapere che fino a 60 anni, soprattutto per effetto della drastica riduzione della mortalità infantile, la vita probabile è superiore alla aspettativa di vita.

In proposito degna di nota è l’asserzione di Luigi Galvani, autore del testo sulla “vita probabile” dell’Enciclopedia Treccani: “Circa il mutuo andamento della vita media o della vita probabile si può notare che in genere fin verso i 60 anni la vita probabile supera la vita media, ma che successivamente ne è superata, per la ragione che oltre una certa età divengono relativamente sempre più rari quelli che morranno in età lontana da quella e più numerosi quelli che morranno in età prossima, il che tende appunto a far crescere la mediana (vita probabile) meno rapidamente della media aritmetica (vita media – aspettativa di vita)”.

Una conferma di questa asserzione potrebbe venire dalla elaborazione di una famiglia di curve relative alla funzione del numero di decessi per età calcolata per ogni anno dal 1966 al 2016, confrontando gli andamenti nei 40 anni di media e mediana. A quel punto solo se la differenza tra media e mediana dovesse stabilizzarsi si potrebbe sostenere che la media è un valido indicatore-proxi della vita probabile dopo i 60 anni. Ma se risultasse che la differenza tra media e mediana cresce costantemente, sarebbe difficile argomentare che la vita probabile possa crescere e la aspettativa di vita a maggior ragione sarebbe un indicatore fuorviante ai fini dei calcoli attuariali per fini previdenziali o anche solo assicurativi.

In realtà, poiché oramai il nostro sistema pensionistico richiede una età minima di circa 67 anni per la pensione di vecchiaia, tutte queste elaborazioni andrebbero effettuate proprio a partire dalla vita probabile a 67 anni.

In sostanza ai fini dell’effettivo incremento delle aspettative di vita rilevano molto di più le cause di morte di coloro che non sono sopravvissuti all’età prevista come aspettativa di vita, rispetto alle cause di vita che hanno consentito ad una sparuta minoranza, seppur in crescita, di raggiungere età sempre più avanzate.

Anche questo può essere considerato uno dei “paradossi statistici” così magistralmente descritti da Nassim Nicholas Taleb nel suo primo originale lavoro Fooled by Ramdomness (Giocati dal caso) del 2001, ben prima di divenire famoso col suo “cigno nero”. In pratica egli sostiene che: “tutte le volte che c’è asimmetria nei possibili esiti (di vita o di morte) la media della sopravvivenza (aspettativa di vita) non ha nulla a che fare con la mediana della sopravvivenza (l’età a cui muore almeno il 50% della popolazione)”.

Se proprio vogliamo fare inferenza sul futuro della popolazione sulla base dei dati disponibili, conta molto di più conoscere bene quelli che non ce l’hanno fatta rispetto ai sopravvissuti che hanno già superato il limite della aspettativa di vita. D’altronde poiché la aspettativa di vita non è mai negativa il paradosso continua, perché chi non muore molto presto e sopravvive ha una vita molto lunga. Esattamente come nel caso del “cigno nero”: non si possono valutare i successi della professione del trader analizzando solo le performance di coloro che sono sopravvissuti (un piccolo campione) e trascurando la massa di coloro che sono falliti (in pratica l’universo).

Ciò conferma che il calcolo reale della vita probabile o anche della aspettativa di vita di una determinata coorte nata in un determinato anno andrebbe effettuato distribuendo le popolazioni in base alle classi di età di decesso. Ciò peraltro consentirebbe di tenere conto statisticamente del rapporto di causa-effetto di tutti i fattori che hanno determinato nel corso degli anni morti premature e via via sempre più tardive.

Viceversa se si tiene conto dell’età anagrafica solo dei sopravvissuti alle vicende della vita e che magari sono candidati a diventare centenari, è evidente che anziché effettuare una statistica su un’intera popolazione la si sta facendo su un campione, peraltro particolarmente distorto.

Sarò più chiaro con un esempio:

Tutti i nati in Italia, ad esempio nel 1916 e che oggi se sopravvissuti avrebbero raggiunto il secolo di vita, hanno dovuto fronteggiare nel corso della loro vita le più svariate disavventure quali malattie potenzialmente mortali, epidemie e pandemie, guerre deportazioni e stermini ed è assai probabile che in assenza dei sistemi di prevenzione e cura e dei sistemi democratici oggi consolidati, i soggetti più deboli siano già deceduti da tempo, mentre i sopravvissuti hanno ottime chances di raggiungere nuovi record di longevità.

Se invece ci concentriamo sulle generazioni del secondo dopoguerra che ad oggi, se sopravvissute, avrebbero al massimo 70 anni, nulla ci può garantire che possano raggiungere la stessa età dei sopravvissuti delle generazioni precedenti. D’altronde, al di là di qualsiasi valenza scientifica, se ci domandassimo quanta gente conosciamo che, nata nel secondo dopoguerra, è già mancata, scopriremmo che non sono molti di meno degli ultraottantenni che abbiamo accompagnato al riposo eterno. Per credere basta provare a fare una passeggiata in un qualsiasi cimitero cittadino e controllare l’età del decesso dei defunti che ivi riposano verificando che coloro che hanno superato la fatidica età di 81 anni per gli uomini e di 85 anni per le donne sono una sparuta minoranza.

Man mano che passano gli anni e le popolazioni in senso statistico dei successivi anni spariscono, subentrano invece le popolazioni successive con altri fattori di rischio prima sconosciuti o quanto meno poco diffusi quali nuove malattie, legate al benessere o all’inquinamento ambientale, incidenti stradali e sul lavoro e, Dio non voglia, altre guerre. Sono questi fattori di rischio le principali determinanti della aspettativa di vita.

Le principali cause di morte in Italia sono ormai le malattie ischemiche del cuore, le malattie cerebrovascolari, altre malattie del cuore, i tumori le demenze e l’Alzheimer, tutte in forte crescita dal secondo dopoguerra. Ma in crescita sono anche le malformazioni congenite e le leucemie per i bambini e gli incidenti stradali e i suicidi per i ragazzi, anche queste scarsamente presenti in passato. Inoltre, anche se ancora non adeguatamente censite, ci sono poi le droghe così come i farmaci e gli errori medici. E non vanno neanche trascurati i fattori di tipo congiunturale quali il clima invernale ma soprattutto estivo (nel 2003 e nel 2015 i picchi del tasso di mortalità hanno coinciso con le due estati più calde dell’ultimo secolo) o anche la scarsa efficacia del vaccino antiinfluenzale per il 2015.

Sono proprio queste cause che influenzeranno di più i valori futuri della aspettativa di vita e/o probabilità di vita e al momento è assai difficile prevedere significativi miglioramenti.

Se il nostro sistema previdenziale basa la propria sostenibilità sulle aspettative di vita così come oggi calcolate, è chiaro che nessun tipo di intervento, anche il più penalizzante, può garantire che i giovani di oggi possono andare in pensione nel 2050 a 75 anni (quanto prevede l’attuale sistema pensionistico) con un livello retributivo adeguato. Si tratta di un’ulteriore discriminazione a loro danno, perché assisteremmo al paradosso che, dopo una vita di contribuzione su livelli inaccettabili per un tenore di vita decente, la sopravvivenza all’età pensionabile sarà ben più ridotta di oggi, col risultato di aver pagato ben più di quanto riusciranno a percepire in pensione.

Ciò è peraltro ancora più vero se verranno ulteriormente alimentati i tentativi di ridurre i diritti in merito alle pensioni di reversibilità o di accreditare l’idea che siano proprio i diritti acquisiti dalle coorti più anziane a ledere i diritti delle coorti più giovani. Non si tratta di un conflitto intergenerazionale, ma più banalmente di un taglio dei redditi futuri in piena cinica coerenza con il taglio dei redditi da lavoro che già viene perpetrato con l’alibi della crisi. Di questi tentativi si sta già cominciando a dibattere e aspettiamoci che presto qualcuno avanzerà la proposta di procedere ad una equalizzazione tra generazioni non innalzando la soglia dei diritti dei più giovani, ma abbassando quella dei più anziani.

La vera conseguenza di queste politiche è che chi sopravvivrà alla età pensionabile scoprirà che per poter recuperare in rendita perpetua, la pensione, almeno i versamenti effettuati, dovrà sopravvivere ben oltre la più rosea delle speranze di vita, consentendo di fatto al sistema pensionistico prossimo venturo non solo la piena sostenibilità, ma addirittura il profitto pieno.

Ma cosa importerà! Tanto, come diceva John Maynard Keynes “nel lungo periodo saremo tutti morti”.

Leonardo Loprete