lunedì 24 aprile 2017

Il suicidio della democrazia !?

 
di Michele Serra  (la Repubblica del 18.04.2017)


Ci hanno colpito le recenti considerazioni di Michele Serra sulla democrazia, tanto da voler richiamare l'attenzione dei nostri lettori su questo articolo, accompagnandolo con un nostro commento.


Non c'è una sola cellula di Donald Trump che sia democratica.
È antidemocratico dalla testa ai piedi.  Eppure è stato democraticamente eletto presidente della più grande democrazia del pianeta.


Non c'è neppure una virgola di democrazia nel referendum proposto da Erdogan.  Eppure, secondo democrazia, ha vinto con il 51 per cento del voto popolare.

L'elenco degli esiti poco democratici, o del tutto antidemocratici, del voto democratico, comincia a essere notevole e niente esclude che possa allungarsi.

Per generazioni si è pensato che il nemico della democrazia fossero le dittature; le rivoluzioni; i colpi di Stato.

Ci tocca abituarci all'idea che il vero pericolo, per la democrazia, sia la democrazia, visto che sono gli stessi meccanismi democratici (niente è più democratico delle elezioni) a partorire sempre più spesso la sconfitta della democrazia.

Questo ci insegna che la democrazia non è una condizione permanente, ma una faticosissima evoluzione della cultura e dello spirito di tolleranza dei popoli.

Se la democrazia smette di lavorare per la cultura e lo spirito di tolleranza dei popoli, deperisce e produce quegli stessi umori distruttivi che, per sua natura, non è in grado di annullare.

In termini tecnici si chiama suicidio.  (M. Serra)





Si, ha ragione Serra, ci sono segni di un suicidio collettivo delle democrazie in occidente. Non è la prima volta che accade. Nel secolo scorso, in Europa, alcune democrazie, compresa la nostra, caddero sotto i colpi dei fascismi, con la condiscendenza iniziale di molti poteri dello Stato e delle stesse popolazioni, o della loro maggioranza. Ma erano democrazie ancora debolissime: non c’era il suffragio universale, le donne stavano a casa e il voto era regolato dal censo. La società era organizzata in partiti e sindacati, ma la distanza tra le classi sociali era abissale. Il risultato fu una guerra sanguinosissima, la più sanguinosa di tutte, ed il dilagare dei razzismi. La democrazia non è una conquista per sempre, scrive Serra, non sopporta la staticità ed ha bisogno di evolversi altrimenti deperisce e, con il permesso dei popoli, può scomparire.
 
Ecco, i popoli. La cosa importante è la loro cultura e la necessità che si basi sulla tolleranza reciproca, che viaggi sulle idee universali della rivoluzione francese: libertà, uguaglianza, fraternità.
Democrazia non è solo possibilità di scegliersi i governanti attraverso il voto, è anche ‘Stato di diritto’, cioè patto di convivenza nel quale vengano garantiti paritariamente i diritti e i doveri di ognuno.
La separazione netta di questi due elementi della democrazia, dà la possibilità, in un momento come l’attuale, al solo diritto di voto, di produrre mostri. Serra esemplifica anche con nomi e situazioni.
In occidente oggi assistiamo ad alcuni fenomeni che impongono un riassetto delle democrazie:
  • Il venir meno dell’idea dell’abbondanza infinita dei consumi e l’emergere confuso del fatto che lo sviluppo ha dei limiti invalicabili.
  • Una distanza siderale tra chi è immensamente ricco e chi è immensamente povero ed una totale diseguaglianza tra ‘chi può’ e ‘chi non può’.
  • Un aumento spropositato delle rendite, e conseguentemente del valore del denaro, a scapito del lavoro.
  • Un’invasione vera e propria da parte di popoli affamati a causa di carestie, o distrutti dalle guerre civili.
  • Una tragica inadeguatezza, a tutti i livelli, delle classi dirigenti e degli intellettuali, nelle loro molteplici espressioni ad affrontare la sostanza dei problemi senza demagogia.
Il risultato è un dilagare dei populismi che fanno credere che sia possibile risolvere ogni problema senza la fatica del pensiero e l’esercizio della solidarietà. Qualsiasi populista, con molti mezzi a disposizione e tanto pelo sullo stomaco, può uccidere la democrazia attraverso la democrazia, perché i popoli, sbalestrati da fenomeni epocali inediti, che non controllano, tornano a credere al canto delle sirene.

Il voto c’è ancora, ma è venuto meno il patto che tiene insieme i popoli.

E’ da qui che bisogna ripartire. Se si vuole dare linfa alla democrazia, permettendole di evolvere è necessario mettere in condizione i popoli di decidere insieme ai loro governanti, che man mano si scelgono con il voto, sperimentando forme di democrazia deliberativa e partecipativa che integrino le procedure della democrazia rappresentativa. Ci sono delle tecniche che lo rendono possibile, che comportano una grande capacità di ascolto reciproco, e qui e là, in diverse realtà del globo hanno già avuto qualche sperimentazione. Ciò permetterà a governanti e governati di crescere, di sviluppare meglio una cultura "del patto", superando impulsi viscerali per lasciare più spazio ad un salutare "principio di realtà", che metterà ognuno in condizione di affrontare meglio i problemi epocali elencati ed altri ancora, magari meno epocali, ma essenziali per chi li vive. Ciò permetterà anche una maggiore trasparenza dei processi decisionali e del lavoro delle burocrazie che tanta parte hanno nell’emergere dei fenomeni di corruzione.