martedì 10 dicembre 2013

Legge elettorale e governabilità

Gli italiani si rassegnino: quale che sia la legge elettorale che prima o poi sarà partorita dal Parlamento, l’Italia sarà comunque un paese difficile da governare. Certo, la forma elettorale ha la sua importanza, ma essa nulla può di fronte al personalismo dei politici e della classe dirigente del Paese.


Se anche venisse ideato il meccanismo perfetto della rappresentanza in Parlamento, è poi la volontà degli uomini a realizzare le cose, mandare avanti l’economia e gestire la complessità sociale.
Dalla prima riforma elettorale per eccellenza, cioè quella del 1848 istitutiva – con la concessione dello Statuto Albertino – della Camera dei Deputati, si sono avvicendate almeno una quindicina di leggi sulla selezione dei parlamentari. 


 Si è passati dal suffragio ristretto a quello universale per tornare con l’assenteismo alle urne a una forma di suffragio ristretto; si è passati da un sistema maggioritario al sistema proporzionale per tornare a quello maggioritario e al bipolarismo; si è passati per i premi di maggioranza della legge truffa, poi rinnegati e riesumati con la “porcata”; si è passati dalle liste alle preferenze per poi tornare alle cooptazioni; si è passati dalle post- alleanze dei governi dei tre partiti e pentapartiti alle pre-alleanze o coalizioni che dir si voglia; si è passati dai governi tecnici a quelli delle larghe intese. 


In altre parole, sono state esplorate in centosessantacinque anni molte forme elettorali, ma il risultato non è (quasi) mai cambiato: a parte due eccezioni collegate una alla dittatura e una all’autoritarismo, le legislature non sono mai arrivate alla scadenza naturale. C’è di che divertirsi (per non piangere) nel leggere la durata dei Governi italiani. Nelle esperienze militari 1848 – 1900 si va dai 53 giorni del Governo del Generale Cesare Alfieri di Sostegno ai 725 giorni (quasi due anni) del Governo del Generale Luigi Pelloux (in cui, però, l’uomo forte era Sidney Sonnino). 

Poi, il 1861 regalò all’Italia l’Unità territoriale, ma non la continuità governativa. Tanto per essere chiari sono considerati Governi longevi quelli del Governo Giolitti (33 mesi) o i 590 giorni del Governo Salandra o ancora i 458 giorni del Governo di Antonio Starabba, marchese di Rudinì. E si potrebbe proseguire ancora fino alla storia più recente: tutti ricordano le brevi durate dei Governi dei Pentapartiti della Prima Repubblica o i Governi della Seconda Repubblica che, nati fortissimi, si sono sbriciolati sotto il peso degli egoismi e degli interessi personali. 

Che il Porcellum vada cambiata è fuori di discussione. È anche fuori discussione che la difficoltà di Governo sia tipica delle forme democratiche (considerate brutte, ma finora le migliori mai conosciute). Però, altrettanto fuori discussione è che altri paesi democratici, dove esistono maggioranza e opposizione, riescano a organizzare la società in maniera equa e civile. Sorge allora il timore che riporre le speranze di salvezza in una nuova legge elettorale senza cambiare il ragionamento e il comportamento quotidiano di ognuno di noi (quindi di coloro che deleghiamo a rappresentarci), significhi ancora una volta soffermarsi a guardare il dito senza vedere la luna.
(Cassandra)