sabato 9 novembre 2013

Taglio del tasso BCE: cui prodest ?

Il grido di “evviva!” lanciato dal Presidente del Consiglio Letta all’annuncio del taglio del tasso BCE e della prosecuzione della politica espansiva da parte delle Autorità Monetarie Europee rischia di apparire ingenuo, se non addirittura grottesco, per una economia reale già in caduta libera.


Era sicuramente atteso dai mercati e per questo già ampiamente metabolizzato, visto che tutti i tassi EURIBOR, che poi sono i veri tassi di riferimento, sono prossimi allo zero, ma gli effetti benefici ci saranno solo per pochi e non necessariamente per quelli che ne avrebbero più bisogno.

Le famiglie titolari di mutui a tasso variabile vedranno limati i propri tassi, forse di qualche millesimo di punto, mentre difficilmente i tassi dei fidi registreranno cambiamenti, visto che ormai le banche si trincerano dietro lo scudo degli “spread” per accreditare continui incrementi dei tassi effettivi. Lo stesso discorso vale per i mutui di nuova erogazione (per chi ha la fortuna di poterli ancora ottenere), visto che ormai i tassi effettivi sono costituiti quasi interamente dagli spread che già da soli difficilmente scendono sotto il 3%. Viceversa sul fronte dei tassi attivi per i clienti (depositi, obbligazioni ecc.) e passivi per le banche, si può star certi che il taglio dei 25 punti base verrà immediatamente applicato e ciò contribuirà a deprimere ulteriormente il reddito disponibile delle famiglie e ad aggravare la crisi di domanda che ci affligge.

La musica non cambia per le imprese, dal momento che solo le grandi imprese non in sofferenza (veramente poche ormai) potranno far valere il loro potere contrattuale per un taglio dei tassi, mentre tutte le altre, soprattutto le piccole, continueranno a soffrire.

In realtà l’effetto più devastante, soprattutto per la politica di liquidità illimitata perpetuata dalla BCE, si verificherà sui mercati monetari e finanziari dove le banche e i loro clienti con attitudini più spietatamente speculative si sentiranno incoraggiati a cogliere tutte quelle opportunità di investimento il cui costo/opportunità per correre il rischio di trading risulterà ancora più basso. Non è un segreto che proprio questi operatori, con la scusa della “speculazione compensativa” di cui anche la teoria economica accredita la necessità, avranno più forza nell’attaccare il debito pubblico dei paesi più deboli, compresa l’Italia.

Non ci sarà maggiore disponibilità finanziaria per gli investimenti né strutturali né industriali né in circolante e quindi l’economia reale continuerà a precipitare. A meno che le Autorità Monetarie Nazionali in sintonia col Ministero Economia e Finanza non riescano ad incidere positivamente sulla cinghia di trasmissione che lega gli strumenti di politica monetaria all’economia reale e cioè le stesse dinamiche che generano la concessione del credito a famiglie e imprese.

Purtroppo in questi mesi di Governo Letta non ho ancora visto fare niente in questa direzione, dal momento che la politica si è solo limitata a sperare che il sistema finanziario prendesse iniziative di finanziamento reale, gioendo però segretamente del fatto che banche e operatori finanziari parcheggino le loro imponenti disponibilità finanziarie in titoli del debito pubblico italiano.

Sul mercato bancario e finanziario in Italia sta avvenendo di fatto, mutatis mutandis, ciò che ormai da anni avviene sul mercato dei prodotti petroliferi. Poiché il prezzo dei carburanti è costituito in gran parte da componenti diverse dalla materia prima (petrolio) ma di tipo strutturale (tasse, accise ecc), esso è rigidamente anelastico a riduzioni del costo internazionale del barile di greggio, mentre è prontamente elastico ad ogni incremento. Tutti sospettiamo che ciò è dovuto alla presenza di ipotetici “cartelli” tra i produttori, senza però che nessuno, neanche a livello di Authority per la Concorrenza nazionali ed europee, sia riuscito a dimostrarcelo. Lo stesso sospetto grava sul mercato del denaro con l’aggravante che sui mercati europei che funzionano in modo più ordinato di quello italiano, i benefici per la crescita ci saranno, amplificando ulteriormente il gap che ci divide dal resto dell’Europa.

Keynes parlava negli anni ’30 di “trappola della liquidità” per indicare una situazione in cui la crisi di domanda, in presenza di tassi già ai minimi, è così grave da non essere più sensibile agli interventi monetari. La storia economica del XX secolo, ma anche degli ultimi anni, ci fornisce parecchi esempi di cui il più calzante è il Giappone. Fino ad alcuni anni fa i suoi governanti ritenevano che con l’austerità si potesse risolvere il problema del debito, ma solo quando hanno ripreso una accorta politica economica di “deficit spending” hanno visto un ritorno alla crescita.

Purtroppo in Italia sono pochi gli economisti che ragionano in questi termini e non sono neanche graditi al Palazzo, ma per favore evitiamo di incoraggiare entusiasmi che, senza adeguate politiche di domanda, non hanno alcuna ragione di esistere.


(Leonardo Loprete)