venerdì 6 settembre 2013

Sugli elementi fondativi di una Democrazia Deliberativa

da Delib - Democrazia Deliberativa (www.delib.it)


La democrazia, scrive Giovanni Sartori in un suo saggio, è stata un’apertura di credito all’homo sapiens, ritenuto cioè, un animale abbastanza intelligente da saper creare e gestire da sé una città buona. Il Novecento è stato il teatro di guerra in cui la democrazia ha combattuto ed è uscita vittoriosa, seppure a prezzi altissimi.

La violenza come mezzo purificatore, che nella rivoluzione francese aveva conosciuto la sua massima teorizzazione - il terrore, affermava Saint Just è la virtù della rivoluzione – è stata, almeno verbalmente, bandita come pratica politica. La democrazia come filosofia e come pratica, oggi pur in presenza di un suo smagrimento, non ha di fronte alternative, legittimità alternative. La sua forza consiste nel comportarsi come un organismo vivente, nella sua capacità di adattarsi all’ambiente e di crearlo, non essendo le sue forme fissate una volta per sempre, ma crescendo a seconda dei bisogni delle varie epoche.
La democrazia diretta, come scrivono i G1000 del Belgio nel loro manifesto, appartiene all’era degli oratori, quella rappresentativa era una buona soluzione per l’era della parola stampata, i giornali, e più recentemente per un certo tipo di mass media come la radio, la televisione e la prima fase di internet. Ma nell’era del web 2.0, l’era della interattività permanente, non s’è ancora trovata una nuova e più appropriata forma di democrazia e ciò mentre va cambiando la fisionomia dell’homo sapiens, fondata da prima sulle cose da fare, sul faber, poi sulle cose lette, quindi sulle cose viste e infine sulle cose dette in blog e Twitter, dove sempre più si forma l’opinione pubblica. Anche se non è detto che questa sia davvero opinione del pubblico, ossia, come dice Sartori, formata dall’insieme di stati mentali diffusi che interagiscono con i flussi di informazione.

Ciò di cui abbiamo bisogno urgentemente è, pertanto, un suo rinnovamento poiché quando l’ideologia e la tecnologia non sono in sintonia fra loro, ci ricorda Thurow, il magma economico comincia a scorrere, e le placche tettoniche vengono scagliate le une contro le altre con lo sconvolgimento che ne consegue, compreso quello che vede la specie in testa alla catena alimentare, la più adatta alla sopravvivenza, in questo caso l’homo sapiens e la sua democrazia, precipitare verso l’estinzione .

Per quanto l’informazione sia costitutiva della democrazia non è detto che il cittadino più informato sia anche il cittadino più interessato alla cosa pubblica e alla democrazia. Il solo elenco dei fatti, scrive Marta Nussbaum (Non per profitto, Il Mulino 2013), senza la capacità di valutarli o di capirne la narrazione, è deleterio quasi quanto l’ignoranza. Oggi, inoltre, non vi è bisogno della informazione pura e semplice, ma di competenza conoscitiva; la complessità del mondo richiede un cittadino dotato di forte logica e di sapere fattuale. Queste capacità sono difficilmente conquistabili nel solipsismo, richiedono educazione ed è l’educazione nella cosa pubblica che produce un cittadino più informato e più interessato.

Anche alla luce degli avvenimenti in Medio oriente e nel bacino del Mediterraneo, appare sempre più chiaro che la richiesta cui deve rispondere la democrazia di una nazione, immessa in un sistema globale, è quella di garantire a ciascun cittadino, dalla culla alla bara, le giuste opportunità di vita, libertà e ricerca della felicità. Alla domanda di quali capacità una nazione dovrà quindi sviluppare nei suoi cittadini per avere una democrazia umana, sensibile verso l’altro, la Nussbaum ne elenca sei. Ai primi posti come preliminari, la Studiosa mette la capacità di ragionare sui problemi politici che riguardano la nazione, di esaminare, di riflettere, discutere e giungere a conclusioni senza delegare alla tradizione o all’autorità.

Il primo obiettivo quindi è quello di formare cittadini autonomi, liberi. Il che deve andare di pari passo con la capacità di riconoscere nei concittadini, e negli esseri umani in generale, persone con pari diritti, attuando l’antico adagio illuminista per il quale gli uomini nascono diseguali ma diventano eguali per convenzione e per diritto per quanto possano essere diversi per razza, religione, genere e orientamento sessuale. Uno sguardo globale sull’uomo considerato non uno strumento ma un fine. Questi i presupposti di una funzione educatrice di una nazione democratica, educazione la cui efficacia è tanto maggiore quanto più i suoi cittadini esercitano una funzione critica in piena autonomia. Questa libertà primaria unita alla capacità di preoccuparsi per la vita degli altri, è la precondizione per saper individuare quali politiche sono significative per le opportunità e le esperienze delle persone, anche al di fuori della propria nazione.

Una capacità strettamente legata alla conoscenza della varietà dei problemi della vita umana così come essa si svolge e che tanto spesso viene dimenticata o ignorata dai vari specialisti, politici compresi. Capacità tutte non solo predittive e individuali, ma oggetto di attenta e costante coltivazione da parte della Nazione affinché esse escano dalla pura aspirazione e diventino pratica quotidiana. Ma, specialmente in tempi di rigurgiti populistici, sono soprattutto le ultime capacità indicate dalla Nussbaum a irrobustire la democrazia. Ossia la capacità di giudicare gli uomini politici criticamente in base a precise informazioni e con la consapevolezza delle reali possibilità a loro disposizione e quella di pensare al bene della nazione intera non a quella del proprio gruppo locale, di vedere la propria nazione come parte di un ordine mondiale complesso in cui problematiche di vario tipo richiedono una discussione transnazionale per la loro soluzione.

L’educazione alla cittadinanza democratica - relegata nelle scuole italiane al tema dell’educazione civica - richiede uno sforzo più grande che miri a sconfiggere quell’intreccio di narcisismo, dipendenza, vergogna, disgusto, compassione che sono sangue e linfa dell’essere umano. Non si tratta di cambiare l’uomo e di costruirne uno nuovo ma di approntare le misure perché si comporti virtuosamente. E lo stato deve poter assicurare il comportamento virtuoso, ossia stimolare, favorire e garantire che i cittadini siano educati a un alto grado di riflessione, di autonomia e non a decisioni affrettate.

La Nussbaum, pur senza citarla mai, ci sta parlando di una democrazia deliberativa. L’esperimento belga di G1000 e la messa in pratica, soprattutto nel mondo anglosassone, di gruppi di deliberazione per le politiche sociali, adombrano l’assunzione dei principi cui si riferisce la Nussbaum. Gruppi di cittadini vengono opportunamente informati dei pro e dei contro di ciascuna politica ed esprimono le opportune ponderate valutazioni su ciascun aspetto della vita della Nazione. Nei gruppi, formati con sorteggio e a turno - riuniti in week end, detti week end deliberativi - si può ravvedere il nucleo di quella opera di educazione alla cittadinanza democratica necessaria al rinvigorimento della democrazia; gruppi di cittadini sparsi nel territorio con capacità di discutere e di deliberare su singoli aspetti della vita politica nazionale – non solo sul bilancio sociale ma a partire da esso - e internazionale potrebbero essere la cura ricostituente della democrazia, con possibilità di coinvolgere l’intera popolazione in modo diverso e più articolato rispetto all’espressione del semplice voto in occasioni di elezioni siano esse politiche o amministrative o referendum.

A questi cittadini "virtuosi" che non si sottraggano alla chiamate del week end deliberativo, potrebbe essere riconosciuta la virtù con una qualche, minima, agevolazione per esempio in materia di fisco. La chiamata al voto in occasione delle tornate elettorali smetterebbe così di essere la regina delle prove di democrazia. Al fine di avere sempre più persone utili per la democrazia - ossia il tipo di persona che resisterebbe alla tentazione di dire qualcosa di falso o affrettato – nei week end deliberativi si segue una metodologia informativa e formativa necessaria a un ragionamento complesso anziché basarsi sui soli numeri, con la presentazione dei problemi sotto il profilo non solo economico ma storico culturale, filosofico, della storia del diritto e dei sistemi politici, della religione.

Dobbiamo alla Nussbaum il richiamo al fatto che il mero elenco degli accadimenti senza la capacità di valutarli è pernicioso ed è perciò fondamentale una solida cultura umanistica, non solo tecnico-economica, una cultura, cioè, in grado di ricostituire il tessuto connettivo della creatività e della immaginazione narrativa. La studiosa americana sottolinea come l’istruzione volta esclusivamente al tornaconto del mercato globale finisce con l’esaltare le carenze della democrazia che sono proprio dovute a scarsa capacità di ragionamento, provincialismo, fretta, inerzia, egoismo e povertà di spirito. Per la sua salute la democrazia ha bisogno di cose considerate di impaccio come la pausa e la riflessione o che apparentemente non servono, come il gioco e l’arte.

Quanto più la democrazia mira quindi alla ricostituzione dell’interezza dell’uomo - come del resto facevano i giapponesi nel periodo del loro massimo fulgore economico, quando i manager per aggiornamento dovevano stare in convento e tornare alle origini della convivenza umana - tanto più essa si irrobustisce. E se è vero come sosteneva Socrate che una vita non sottoposta ad esame non è degna di essere vissuta, anche per una democrazia gli esami non finiscono mai, pur senza nulla togliere alla sua funzione di governo deliberante.

(Graziella Falconi)