domenica 8 settembre 2013

Beni Culturali (commento)

Caro Lanfranco,
scrivo con riferimento al tuo articolo sui Beni Culturali ed al sito archeologico di Segesta. (Leggi)



Nel leggere dello scempio che si tenta e spesso si realizza dei nostri Beni Culturali nell’ipocrita convincimento che il loro “consumo” costituisca valorizzazione e quindi sviluppo, viene in mente la classica metafora dell’uomo che sega il ramo su cui è seduto pensando di recuperare risorse per il suo benessere.

L’applicazione di questo semplice concetto di miopia umana, talvolta inferiore a quella del genere animale che per istinto sa vedere meglio di noi oltre la siepe, al mondo dei Beni Culturali è solo un esempio di come le decisioni prese da individui non adeguatamente informati o peggio ancora condizionati possano determinare conseguenze potenzialmente irreparabili.
La cultura del consumo a tutti i costi non può essere applicata ai Beni Culturali per il semplice fatto che consumo implica distruzione del bene e quindi per definizione è una categoria declinabile solo per beni non unici e facilmente replicabili, tipici di un sistema industriale e di mercato. Meglio sarebbe parlare di fruizione non distruttiva del bene culturale quale occasione di consumo, di spesa e quindi di sviluppo di tutto l’indotto che in una società civile e organizzata si accompagna alla valorizzazione dei beni: ricezione, ristorazione, spettacolo, istruzione ecc.

La piena e completa disponibilità del Bene Culturale per un accesso non distruttivo da parte del maggior numero possibile di esseri umani è la variabile strategica più importante per assicurare immortalità alla cultura e soprattutto accresciuta sensibilità culturale alla società civile. E’ chiaro quindi che le tanto sbandierate tattiche manageriali di accrescimento dei “fatturati” derivanti dai Beni Culturali sotto qualsiasi forma anche a costo di privatizzazioni temporanee degli stessi non possono che depauperare ed avvilire la dignità stessa del bene; senza contare che i costi indotti da operazioni di questo tipo lasciano ben poche risorse da dedicare al recupero e alla conservazione.

Sarebbe bello che in un “Paese Ideale” la collettività destinasse risorse economico-finanziarie al recupero e alla conservazione dei Beni Culturali con lo strumento del “Deficit-Spending” di Keynesiana memoria con la certezza che, oltre ad alimentare nell’immediato investimenti salari e consumi con evidenti benefici per il PIL, si innescherebbe un processo virtuoso di economia indotta i cui profitti tassati con criteri agevolati alimenterebbero ulteriori recuperi e conservazioni. Sono sicuro che il bilancio dell’operazione sarebbe positivo anche solo sulla base dei criteri della Contabilità di Stato, ma addirittura fantastico in termini di Contabilità Sociale.

 (Leonardo Loprete)