martedì 27 agosto 2013

La grande bellezza

Mi sarebbe sfuggito “La grande bellezza” di Sorrentino, se la persona che più mi è cara non mi avesse chiesto insistentemente di andarlo a vedere. “Non ne rimarrai deluso”, era un argomento più convincente delle tante recensioni lette che, secondo me, non gli rendono giustizia.

Abito nella Roma di Jep Gambardella, il protagonista del film, giornalista mondano e scrittore di un solo libro, e vedo le cose che anche lui vede, vive, descrive: come lui vedo una città legata ad un passato glorioso, che sembra ritrarsi in silenzio di fronte alla città dei suoi abitanti attuali, o meglio, dei suoi frequentatori, conficcati dentro un presente insulso, cialtrone, plebeo, per molti aspetti inventato senza alcuna sublimazione, indipendentemente dalle classi sociali che sono entrate da tempo dentro un enorme frullatore culturale e si distinguono solo per la diversa possibilità di esercitare potere, come anticipato negli anni 70 dal compianto Pasolini.
Ma “la grande bellezza” non è solo un film sull'agonia di Roma e, sotto sotto, di una civiltà. E' un film sulla disillusione, sul vuoto esistenziale del postmoderno, riempito dal rumore delle inutili chiacchiere dei miti televisivi, sulla mancanza di senso delle vite senza una coscienza delle proprie radici, sull'assoluta mancanza di verità di qualsiasi gesto ...

L'ho visto al cinema Farnese, in Campo de' Fiori. Prima di entrare ho passeggiato in una piazza gremita di concertisti jazz, saltimbanchi, venditori di cianfrusaglie, chiacchiericcio di passanti, probabilmente immemori del significato del luogo, intorno al monumento di Giordano Bruno, in atteggiamento pensoso, arso vivo nel 1600, perché, coerente fino in fondo, non volle abiurare le sue presunte eresie, dando quindi paradossalmente un senso altissimo alla sua vita. Sono entrato nel cinema, accompagnato da queste impressioni, pronto a entrare nel personaggio di Jep Gambardella, stupendamente interpretato da Toni Servillo, ed a compiere insieme a lui, novello Virgilio, questo viaggio dentro “la grande bellezza”.

Qui Servillo supera se stesso, aiutato da una sceneggiatura costruita su di lui e da una regia che lo rende il punto di passaggio obbligato di tutti gli altri personaggi, compreso il personaggio principale che è Roma. La Roma migliore che appare, come ho detto, è quella che non parla più, è quella Roma che si è tirata sdegnosamente in disparte e si lascia visitare di notte al lume delle candele, lontano dalla cafonaggine di una certa borghesia, ma anche del popolino di cui si sentono frasi smozzicate all'inizio e successivamente durante una passeggiata di Jep sul Tevere. Questa Roma è anche quella che si può ammirare lentamente dal Tevere, da una barca, passando sotto i suoi ponti più famosi, nella parte finale del film, quasi a luci accese, un viaggio che termina, forse non a caso, presso Castel Sant'Angelo, quello che è stato per secoli il baluardo di un potere millenario.

Non si può non notare la quantità notevole di citazioni letterarie e cinematografiche, da Celine a Proust, a Pirandello, a Philip Roth (ah, l'effimera bellezza di Ramona, alias Sabrina Ferilli, che muore per un cancro e l'unica reazione alla sua morte è un bicchier d'acqua che viene offerto a Jep, quando dice “Ramona è morta”. Andate a controllare se Jep e Ramona non sono l'esatto rovescio dei personaggi principali de “l'animale morente” di Philip Roth) da Fellini a Scola.... Sorrentino ci dà dentro senza risparmiarsi, ma tutte le citazioni reggono, perché lui tiene saldamente in mano il filo rosso del film, che dipende da loro solo in minima parte. Il film è tutto costruito su frammenti, che mettono continuamente in evidenza dei contrasti, non sempre ben evidenziabili. All'inizio il coro di sole donne, con voce femminile a cappella, è quanto di più alto si possa immaginare, buttato lì quasi per caso in quella Roma monumentale del Gianicolo, che domina la città, oggetto della superficiale ammirazione dei milioni di turisti che la fotografano e vi muoiono anche. Una trama che si rispetti non c'è. E' Jep Gambardella la trama. Le piccole altre storie che gli girano intorno la confermano, anche nel suo andamento contrastante. Lui ed il personaggio interpretato da Carlo Verdone erano arrivati a Roma pieni di speranze e di energia, che però man mano sono venute meno fino a sfociare nel dandismo cinico di Jep, o nel disperato inconcludente barocchismo del personaggio di Verdone. Hanno toccato con mano il fatto che tutti gli altri personaggi che incontrano, anche i più vicini, sono personaggi inconsistenti, del tutto costruiti, che interpretano parti che si sono dati per sopravvivere, tutti, fino alle grottesche figure legate alla Chiesa.

Sono tutti depositari di alcuni messaggi che costellano il film; ne voglio ricordare solo alcuni: quello della bambina che si perde nel sottosuolo e che da sotto (ah, la psicanalisi!) risponde a Jep dicendo “tu non sei nessuno”; quello compreso nel dialogo rintracciabile nella parte quasi finale del film tra Jep e una delle sue amiche alla solita festa, quando dice: noi a Roma siamo i più bravi a fare i trenini. Perché?, risponde l'amica. Perché non vanno da nessuna parte, quindi riescono bene. Il terzo lo lancia la suora in odore di santità che mangia solo radici. Sa perché io mangio solo radici? chiede. E Jep ovviamente chiede a sua volta perché. “Perché le radici...sono....importanti”. Come si può vedere anche qui dentro questa risposta c'è un contrasto, che è tipico della poesia: la risposta è formalmente banale e non c'è bisogno di spiegarla, ma è anche profondissima perché è proprio questo il motivo che percorre tutto il film. Alla fine il personaggio di Verdone, disilluso e disperato, torna al paesello. E Jep prende il traghetto e torna alla sua prima esperienza d'amore, alla sua totale inconsistenza.

Ecco i temi che danno l'impronta a tutto il film: disillusione, cinismo, dissimulazione disonesta (povera e, nello stesso tempo, pretenziosa mia citazione di Torquato Accetto, che invece scriveva, nel 1641, di dissimulazione onesta, associandola all'arte della pazienza, perché finalizzata a promuovere l'armonia sociale), fuga in mondi immaginari e poi ricerca di identità e di senso e di radici. Roma non permette un impegno permanente che implichi senso, autentica costruzione di sé, ecc. Vi accadono troppe cose e tutto ciò che accade è lontano da una realtà in cammino. Come se l'unica cosa che si possa fare sia quella di stare a guardare, alimentare il cicaleccio inutile e demente, coltivare amicizie che sono anche feroci inimicizie, attendendo che il tempo riduca gli uomini a concime organico, materia che hanno cominciato a diventare già in vita. D'altra parte lo scenario che questa società, queste persone, hanno di fronte è uno scenario di rara bellezza, che però è stata zittita, ma è lì a testimoniare la inconsistenza della vita attuale, quindi la sua colpa.

C'è una scena, per me straordinaria, che alcuni critici hanno giudicato incomprensibile, o addirittura superflua, come se Sorrentino non controllasse fino in fondo il suo linguaggio: la scena della giraffa che sparisce ad opera dell'illusionista di turno. Ricordo che per alcuni decenni del secolo scorso, subito dopo la seconda guerra mondiale, la giraffa, per ammissione dello stesso Togliatti, era il PCI. Il corpo era dato dai suoi elettori e la testa piccola e lontana dal corpo, a causa di un collo lunghissimo, era la classe dirigente del PCI. Quella realtà, simbolizzata dalla giraffa, con la sua presenza portatrice di una cultura fortemente carica di futuro (l'orizzonte del socialismo), dava a tutta la nazione, ed in particolare ai suoi intellettuali, che a quel tempo credevano di esserne la coscienza critica, il senso di una storia, carica di passato e di futuro, che era in grado di fornire un senso almeno storico a molte vite.

Sappiamo chi è l'illusionista che nella nostra storia recente ha saputo far sparire la giraffa, con la sua stessa complicità, togliendo a tutti quel senso della profondità, almeno storica dell'esistenza, che aiuta a definire delle identità. Dopo questo frammento c'è il museo delle fotografie con l'autoscatto, una dozzina al giorno per tutta una vita: un tremendo, disperante, monumento al narcisismo, che come ben sappiamo è il risvolto della mancanza di identità. Ma è lo stesso illusionista a dire nel film, a Jep, che è tutto un trucco. Jep è consapevole di questo, anche se la sua vita sembra non dirlo, per via del cinismo, che però è un passo avanti rispetto alla dissimulazione disonesta degli altri, perché frutto di una, sia pur parziale, presa di coscienza. Lo dicono i suoi trasalimenti, le sue domande interrotte a metà, il viaggio finale alla ricerca, prima di un diario della sua fidanzata di pochi mesi, che parla di lui come se fosse un mito, poi del luogo della sua prima esperienza d'amore. Il diario è andato perduto, la sua prima esperienza si rivela inconsistente, e persino menzognera, e lui non può cibarsi quindi delle sue radici, perché non sa veramente quali siano.

Quindi è impossibile uscire dallo sterco di una vita inutile, una vita che è non vita? E' una domanda che rimane sospesa e il personaggio di Jep in fondo è un personaggio tragico. E credo di essere stato l'unico a dire una cosa del genere, ma che importa? Che importa, anche se io, proprio nel momento finale, quando Jep, di fronte al fatto che non ha nemmeno un passato certo dal quale ripartire, si presenta con quella faccia , che non si sa se stia sorridendo o piangendo e dice che è tutto un trucco, non riesco a trattenere la mia commozione e non riesco a capire perché.

E' un trucco anche il cinema? Anche la letteratura, l'arte in genere? E' un trucco, pare, non solo ciò che ci permette di manipolare la realtà trasformandola solo nell'immaginazione, ma anche ciò che ci mette in condizione di penetrarla fino a farla esplodere, come cerca di fare Sorrentino. Come faccio a dimenticare quei versi di Pessoa sulla poesia secondo i quali: “il poeta è un fingitore./Finge così completamente,/che arriva a fingere che è dolore/il dolore che davvero sente” ? E allora, caro Jep, che sei della mia generazione, ti saluto per il momento. Arrivederci alla prossima.

“La grande bellezza” è quasi tutto girato a Roma, ma è un film universale. Da vedere con un minimo di concentrazione e senza essere precipitosi nel giudizio. Affidatevi a Jep.

(Lanfranco Scalvenzi)