sabato 17 agosto 2013

Beni Culturali. Proviamo a fermare il degrado ? Stonehenge e Segesta

La settimana scorsa ho sognato che un'accolita di debosciati, con ottime entrature, ed abituati al privilegio, pasteggiava al lume di candela, sotto la luna, tra le antiche rovine di Stonehenge, circondate dai gusci delle ostriche, da poco svuotati, e dai vetri delle bottiglie di champagne, infrante sulle pietre per l'occasione, e per tutta la notte, si abbandonava a danze sfrenate, con musiche sparate verso la luna e luci psichedeliche, come in un film di Kubrik. Ho scritto una mail ad un amico inglese raccontandogli l'incubo, e a stretto giro ho ricevuto una risposta: Your dream is unreal and impossible. Sure.

Non può che essere così infatti: gli Inglesi lo sanno che la dignità di un bene culturale di interesse mondiale non può che intrecciarsi con quella di un Paese e con la sensibilità dei suoi cittadini. Non solo l'immagine estetica, ma lo stesso uso del bene, che non può travalicare la destinazione  originaria, sia pure attualizzata, contribuisce alla salvaguardia di questa dignità. Elementare Watson.


Elementare per gli inglesi, certo. Ma noi, che crediamo di essere immensamente più furbi e siamo ìnvece espertissimi nella sublime arte di farci del male, noi, che siamo i custodi del più grande patrimonio archeologico, artistico e culturale del mondo, e potremmo, con modico sforzo, utilizzarlo, rispettandone la dignità e valorizzandone le destinazioni originarie, come un grande e potente motore del nostro sviluppo culturale ed economico, ci comportiamo con loro con la stessa sciatteria con la quale trattiamo i nostri giardini pubblici. Il mondo intero lo sa e mi stupisco del fatto che l'Unesco non abbia ancora proposto che l'Italia dei Beni Culturali diventi un protettorato di un'autorità mondiale creata allo scopo di impedirci di fare e farci del male.

Come a Segesta, in Sicilia, dove secondo i giornali recentemente il Tempio e l'area archeologica circostante sono stati dati in concessione per alcune sere e notti all'agenzia israeliana Shavit, per un uso privato a vantaggio di alcuni facoltosi privilegiati americani e per gruppi di altri 40, 50 privati, per delle cene al lume di candela e delle kermesse danzanti, con luci multicolori, forse psichedeliche (i fuochi artificiali no, perchè avrebbero disturbato la fauna migrante e stanziale), la musica sparata verso la luna, come nel mio incubo su Stonehenge, i servizi igienici “nature”, con atmosfere tra il country e il grottesco/pacchiano, con una spesa (per la sola concessione) di euro 5000.

Ora lo sanno gli ultrasessantenni di Roncobilaccio: se vorranno organizzare una festa della classe (di ferro ovviamente) potranno andare lì, mettendosi in fila con le organizzazioni dei precari della Scuola e le associazioni dei coltivatori di carrube, come si fa quando si prenota un intervento all'appendice, presso l'ASL. 5000 euro e un po' di pazienza. La burocrazia preposta sarà imparziale e dirigerà con la solita solerzia il traffico delle richieste.

Dopo aver letto la notizia, mi sono chiesto sgomento: e Selinunte, Taormina, Siracusa, Piazza Armerina, che fanno? Che fa lo Spasimo di Palermo? Cosa fanno a Roma e gli Uffizi di Firenze? E Venezia? Che fanno le migliaia di siti archeologico/artistico/culturali che immeritatamente abbiamo ereditato in questo martoriato Paese? So che in molti luoghi accadono le stesse cose che sono accadute a Segesta. So che la vanità ed il Kitsch regnano sovrani, fregandosene della compatibilità con la destinazione di quei beni. So che tutto ciò non porta denaro, ma in compenso aumenta il potere discrezionale delle burocrazie, incentiva il degrado e lede la dignità dei siti che è tutt'uno con la dignità del territorio, del Paese, di chi lo amministra e vi abita. So che a Stonehenge non si comportano in questo modo. E nemmeno sulla grande muraglia cinese.


Che fare? Gira e rigira si passa sempre per il titolo del capolavoro di Cernysevskij. Che fare in questa nostra Italia, su questa questione? Possiamo sospendere almeno per dieci minuti l'appassionante dibattito nazionale sul ruolo di Berlusconi e dei suoi rampolli ed occuparci di cose che ci riguardano?


Non mi riferisco solo alla legislazione in materia, interpretabile come al solito in modo arbitrario e cavilloso, ma alla cronica carenza di stanziamenti ed alla costante dilapidazione dei fondi esistenti, alla desolante mancanza di motivazioni, all'atteggiamento spesso arrogante, e inutilmente persecutorio nei confronti di qualsiasi buona intenzione, di una burocrazia che, anche in questo caso, è uno specchio del Paese reale. Abbiamo un Ministero e delle Regioni con delle competenze esclusive, ma con l'obbligo di collaborare, abbiamo un esercito di dipendenti pubblici addetti a questa materia, abbiamo una gran quantità di enti, ognuno con il proprio orticello da coltivare. Quanto ci vuole a mettere in campo un lavoro di catalogazione di tutto il patrimonio culturale pubblico e di quello privato destinato a diventare pubblico? Quanto ci vuole a progettarne un uso finalizzato ad un futuro  investimento nazionale, di carattere culturale ed economico, che tutto il mondo approverebbe?


Per la situazione attuale vale il Codice Nazionale dei Beni Culturali e Ambientali, una legge del 22 gennaio 2004, la numero 42, e per la Sicilia, anche una legge regionale successiva, coordinata con quella nazionale.
Spinto da una sventurata dichiarazione del direttore del Parco di Segesta, riportata dai giornali, secondo la quale a Segesta hanno pienamente rispettato la legge, sono andato a vedermi queste due leggi. La materia è regolata dall'articolo 106, sia del Codice Nazionale, sia della Legge Regionale:
Legge nazionale - Uso individuale dei Beni Culturali. Comma 1) Il Ministero, le Regioni e gli altri enti pubblici territoriali, possono concedere l'uso dei beni culturali che abbiano in consegna PER FINALITA' COMPATIBILI CON LA LORO DESTINAZIONE CULTURALE a singoli richiedenti. Comma 2) Per i beni in consegna al Ministero, il Soprintendente determina il canone dovuto e adotta il relativo provvedimento.


Legge regionale siciliana successiva - Oltre a ripetere pari pari, all'articolo 106, i due commi dell'articolo 106 del Codice Nazionale, si è previsto un comma 2 bis che recita testualmente: per i beni diversi da quelli indicati al comma 2 (cioè per quelli in consegna alla Regione Sicilia, ndr) la concessione in uso è subordinata all'autorizzazione del Ministero, RILASCIATA A CONDIZIONE CHE IL CONFERIMENTO GARANTISCA LA CONSERVAZIONE E LA FRUIZIONE PUBBLICA DEL BENE E SIA ASSICURATA LA COMPATIBILITA' DELLA DESTINAZIONE D'USO CON IL CARATTERE STORICO ARTISTICO DEL BENE MEDESIMO. Con l'autorizzazione possono essere dettate prescrizioni per la migliore conservazione del bene. Il maiuscolo ovviamente è mio.


Contrariamente a ciò che ha dichiarato, secondo la stampa, il direttore del Parco di Segesta, non si vede compatibilità tra l'uso che è stato fatto dal Tempio di Segesta da questi privati, con la sua destinazione culturale, a meno che si voglia dimostrare l'indimostrabile con i soliti mezzucci da azzeccagarbugli. Mi domando però perchè chi per legge dovrebbe tutelare e valorizzare questi nostri Beni, i nostri Stonehenge ed anche qualcosa di più,  non solo nel loro aspetto fisico, ma nel loro uso e nella loro dignità, che sono inestimabili, e per questo viene lautamente retribuito, faccia il contrario e giustifichi qualsiasi scempio. Lo so che è una domanda ingenua, ma voi provate a dare una risposta meno ingenua.

Non avendo mai fatto uso di bacchette magiche, e non volendo fare come quei cani che desolatamente ululano alla luna, mi rivolgo al FAI, a Italia Nostra, a Report, a Philippe Daverio che credo abbia proposte interessanti e sappia come realizzarle, a tutte le donne ed agli uomini di buona volontà e chiedo se sia possibile, dopo la “notitia criminis” fare qualcosa insieme. Se non vogliamo farlo per quell'entità astratta che si chiama “umanità” o, più in piccolo, popolo italiano, facciamolo almeno per noi stessi.

(Lanfranco Scalvenzi)