sabato 13 luglio 2013

Sistemi elettorali e democrazia

In questi giorni è stato inserito nel palinsesto televisivo di un canale in chiaro un film americano di Barry Levinson del 2006 intitolato “L’uomo dell’anno”. Non è passato alla storia per essere un capolavoro e non ha sbancato i botteghini, ma non è un caso che sia stato riproposto oggi che il dibattito politico sembra stregato dal rapporto tra la legge elettorale e le riforme costituzionali.

E’ la storia di un comico che, per la sua simpatia per la voglia di cambiamento dell’elettorato ma soprattutto per uno scherzo del caso ben governato da gruppi di interesse economico, si ritrova ad avere un successo elettorale tale da risultare presidente designato della più grande democrazia mondiale, gli Stati Uniti d’America.

Il comico ha il suo guru che gli costruisce la campagna elettorale, la sua rete digitale che alimenta i consensi e il sistema elettorale che, completamente informatizzato e apparentemente perfetto, garantisce la certezza dei dati. Sembra il trionfo della democrazia, intesa come espressione della volontà popolare che si manifesta liberamente facendo confluire le sue preferenze nel sistema elettorale regolato nel più efficiente dei modi dalla tecnologia. Nulla da eccepire se ci si ferma in superficie. Anche Obama ha saputo utilizzare lo stesso cocktail di strumenti per costruire il suo successo, ma a ben vedere, per una democrazia sostanziale, mancano due ingredienti fondamentali, i soli in grado di garantire sviluppo e pace sociale: la trasparenza e la partecipazione.

Per trasparenza si intende che i gruppi di interesse che sostengono un candidato dichiarino espressamente il loro sostegno finanziario facendo conoscere all’elettorato con chi il futuro eletto avrà debiti di riconoscenza. Per partecipazione si intende che ogni elettore possa far arrivare le sue istanze al candidato e soprattutto che il candidato abbia orecchie per ascoltare.

E’ proprio su queste due variabili che la nostra democrazia si discosta da quelle più mature. Ma la colpa non è solo del sistema elettorale, bensì della modalità con cui i nostri politici, organizzati o meno in partiti e movimenti, hanno fatto politica negli ultimi vent’anni, imponendo le scelte sostenute dai gruppi di pressione, spesso ispirati da interessi economico-finanziari, e lasciando alla demagogia e al populismo il compito di catturare le istanze di democrazia dei cittadini.

E’ lo stile dettato dal dominio dell’audience e dei sondaggi, dall’illusione che schiacciando un bottone di un sì o di un no si possa incidere democraticamente sulle scelte del Paese, dalla voglia di semplificare il dibattito politico riducendolo a mere affermazioni di principio, magari condite di sentimento ideologico.

In realtà la democrazia è sacrificio, fatica di informarsi analizzare accettare critiche e posizioni di contrasto, moderato e civile ma pur sempre conflittuale, e soprattutto intelligenza di trovare mediazioni in grado di soddisfare le istanze anche dei più deboli. L’illusione di conquistare il 100% dei consensi per governare senza troppo “disturbare il macchinista” non si chiama democrazia, ma assolutismo capace di sconfinare facilmente verso il totalitarismo di cui la storia ci ha purtroppo fornito svariati esempi.

Se ne devono essere accorti anche nel M5S se alla prima delusione elettorale i toni del dibattito sono immediatamente saliti. Peccato che ciò li abbia spinti a chiudersi ancora di più nel loro guscio di protesta e di rifiuto delle opinioni altrui, anche di quell’elettorato che li aveva così clamorosamente sostenuti.

Nessun sistema elettorale né sistema di finanziamento della politica, se non saranno accompagnati da trasparenza e partecipazione, potranno garantire un percorso democratico al nostro Paese. Quindi che senso ha condizionare questi sistemi all’aggiornamento della carta costituzionale: il senso, ancora una volta, di non voler cambiare la sostanza delle cose, ma solo la forma.

Una qualsiasi legge elettorale con tutti i suoi tecnicismi non può garantire che il vincitore, chiunque sia, si mostri attento anche alle istanze dei perdenti e ciò è ancora più grave quando il divario di voti è contenuto e/o l’astensionismo è elevato. Chissà come sarebbe stata la storia recente del mondo se per qualche manciata di voti in Florida nel 2000 avesse vinto Gore al posto di Bush. Nessuna tecnica, in quanto meccanismo, garantisce la democrazia, ma solo gli uomini capaci di rispettare le minoranze.

La storia del film, come è giusto che sia, finisce in gloria. Il comico, scoperto l’errore nella elaborazione dei risultati elettorali, nonostante le pressioni di tutto l’apparato per convincerlo a tacere, rinuncia alla carica di Presidente e torna a fare il comico, capitalizzando l’ulteriore notorietà conseguita in accresciuti guadagni; il Presidente uscente viene rieletto e, più consapevole del ruolo che un politico deve svolgere, si renderà protagonista di un secondo mandato migliore del primo.

Non credo che il nostro comico trarrà insegnamenti da questa storia, ma spero che lo facciano i nostri politici, per il bene della democrazia.

(Leonardo Loprete)