sabato 6 luglio 2013

Salvo, il mare oltre il muro


 Vado prima a cercare il film su internet. Leggo un solo titolo: "per i registi di Salvo, Palermo è irredimibile".
Chiudo immediatamente: non voglio essere influenzato a tal punto da lasciarmi sfuggire i dettagli più significativi e magari anche lo stesso senso generale. Entro in sala bendisposto:  una persona della quale mi fido mi ha parlato bene del film. Siamo in pochi nella sala, Ho la sensazione  che non riuscirò ad essere uno spettatore distaccato, che guarderò il film col batticuore, che l'anima mia avrà il fiatone. Del resto è il modo migliore di guardare un film e tenerselo nella mente, almeno per un po'.

Faccio qualche opinabilissimo commento. Chiedo indulgenza, ma anche qualche risposta. Mi accorgo che il film è una coproduzione (Europa, Francia, Italia). Poco male: il cinema da sempre è internazionale. Ma temo che i registi in Italia non siano riusciti a raggranellare lo scarso capitale necessario. Tuttavia la Regione Sicilia è presente con la sua Film Commission. Meno male che se ne sono accorti a Cannes, altrimenti un film come questo sarebbe sfuggito a tutti noi.
Salvo, innanzitutto. Questo è il titolo del film e questo è anche il nome del protagonista. Perchè Salvo? Forse perchè è un nome molto comune in Sicilia?  Forse. Collegato a quel cognome poi: Mancuso... Ma forse anche perchè in quel titolo è presente un tragico paradosso, che è rintracciabile nelle parti più profonde della nostra cultura millenaria: Il protagonista, morendo in quel modo, si salva. E salva. Il senso più profondo del film allora è già nel titolo.

Nel film, lentissimo dopo le scene convulse dell'inizio, tutto è ridotto all'essenziale. La trama è esile, le parole molto limitate, parlano i gesti, i volti, il paesaggio; la musica è ridotta ad una sola canzone (Arriverà, di Emma e dei Modà), ripetuta più volte, che però è parte integrante della storia, come fosse un parlato, perchè diventa uno strumento di comunicazione.
Ho pensato immediatamente a quanto possano essere terribili le conseguenze di una realtà che penetra dentro le persone formandone la personalità, quanto possano essere guaste le vie di comunicazione tra esseri umani, quando è una canzone di Emma e dei Modà, con quel titolo (Arriverà. Cosa arriverà, un mondo migliore nel quale le persone possano avere un rapporto autentico e la vita sia per tutti più degna?), con quel testo (Rita nel film ripete due volte l'inizio della canzone: "piangerai, come pioggia tu piangerai e te ne andrai come le foglie nell'autunno, triste tu te ne andrai, certa  che mai ti perdonerai...") a fare da veicolo dei sentimenti, da surrogato di uno strumento di ricerca per uno scambio vero d'esperienza.

Sono i rumori la vera colonna sonora. Rumori amplificati, percepibili nei loro dettagli più nascosti, fino al rumore finale del mare, cosmico, infinito, come le braccia di Dio, che tutto accolgono perdonando. Il rumore allora è il terzo protagonista del film, come se anche lo spettatore fosse costretto ad  ascoltare per discernere meglio, attraverso il sensibile orecchio della protagonista, Rita, che all'inizio del film appare cieca. Solo Rita è cieca? Forse i registi vogliono andare anche oltre la stessa protagonista, con questa non colonna sonora, forse no. Io comunque ci provo: potete anche chiudere gli occhi fino a farvi ciechi e cercare in questo modo di tenere lontana la realtà, potete anche accecare l'occhio interiore, ma non potete contemporaneamente chiudere anche le orecchie. Non sentite come parla il mondo che vi circonda? Riducetelo all'essenziale, spegnete i televisori, abbassate fino ad annullarlo l'inutile cicaleccio della vita quotidiana che smussa tutti gli angoli e addormenta le coscienze; mettetevi in una condizione di vigilanza. Non si sente solo con le orecchie, ma con la mente ed il cuore, connettendoli tra di loro. E se lo sentite, se lo sentite allora, se riuscite a sentire anche i suoi bisbigli, come fate a fare finta di niente?

Cosa vuoi da me? chiede, urla più volte Rita a Salvo, cosa vuoi da me? E lo picchia, un po' per disperazione, un po' per scuoterlo. Ma Salvo non sa dire. Quello è un mondo nel quale prima si fa tutto quello che è obbligatorio fare, poi forse si dice, ma camuffando, occultando, distorcendo, nascondendo. Salvo non ha il linguaggio per dire a Rita cosa vuole da lei. Vuole la stessa cosa che vuole lei e che anche lei non sa comunicare, se non con una canzone dal linguaggio stereotipato, che lui però coglie e guai a chi gliela tocca. Ambedue vogliono la vita, vogliono rapporti autentici, vogliono uscire dallo sterco, anche se non sanno cosa sia la vita, cosa siano i rapporti autentici, sanno solo lo sterco nel quale sono immersi dalla nascita. Vogliono e non vogliono. C'è qualcosa che li spinge e non dipende solo dalla loro volontà. Solo nel finale l'ottengono: per qualche ora, davanti alla vastità del mare, che tuttavia appare appena appena, nascosto da una muraglia, l'ottengono come Mosè ottenne di vedere da lontano la terra promessa per poi morire senza arrivarci.

L'ottengono mentre arriva la morte che non sembra il preludio di una rinascita, ma chissà, forse. Tutt'e due rientrano nel buio della notte, ma i loro occhi vedono finalmente, vedono attraverso le mani che si intrecciano. Ed anche noi vediamo, anch'io, anche se i miei occhi si velano e vanno a bagnare quella terra riarsa dal sole che è la Sicilia, amata e odiata, simbolo di quella terra che per ognuno di noi è madre, nel bene e nel male, e ci distrugge, mentre ci crea, in questo nostro passaggio verso l'assoluto. Non importa dove andrà Rita che si alza dalla sdraio, senza che noi la vediamo. Rita è l'anima di Salvo e salvo è nel corpo redento di Rita.

Come avvengono le trasformazioni personali dei due protagonisti nel film, mentre lo sfondo rimane sempre uguale, infernale, invivibile? Non c'è rullo di tamburi, non c'è una costrizione esterna, non c'è l'avanzata manichea del bene che sconfigge il male, anche la mano sapiente dei registi sembra esitare con i suoi cambi di stile. Si capisce che c'è una forza interiore nei due protagonisti, che si fa largo tra altre forze, sempre interiori, che posseggono la chiave del linguaggio, fino alla fine. E fino alla fine c'è una lotta silenziosa, feroce, che è meno appariscente di quella che si combatte sotto il sole, ma determinante. Ed ogni passo che si compie costa enorme sofferenza, perchè è un passo verso l'ignoto, il non definibile se non per contrasto con quello che si vede. Solo alla fine il gesto disvela senza trattenersi tutta la sua carica di generosità, la voce si fa tenera e ciò che conta è la sorte dell'altro. A quel punto Salvo può morire, perchè è totalmente altro rispetto a quella realtà, ma non ne ha un'altra a portata di mano. 

Ciò che mi colpisce è che non c'è traccia di un esplicito e profondo lavoro di scavo interiore, affidato a parole o gesti dei protagonisti (avete notato che nella prima parte del film Salvo viene ripreso prevalentemente di spalle? Ed anche nella sua prima scena Rita appare prima di fianco, poi di spalle...). Eppure si vede bene il percorso parallelo di Salvo e Rita, l'uno verso la morte/salvezza, l'altra verso la conquista della vista ed alla fine, forse, della libertà; un percorso che compiono insieme e li porta infine a incontrarsi dentro una solitaria struggente esperienza di condivisione, che forse potrebbe essere anche l'alba di un amore, o forse è già un purissimo amore, mentre osservano di fronte ad un mare coperto da una muraglia, il tempo che passa e l'arrivo della notte. Solo i cambi di luce testimoniano questo passaggio.

Io avverto in me invece come una sospensione del tempo e sento che il mio cuore parla ai due che si tengono per mano e chiede loro di starsene lì per sempre, di partire da quel piccolo sortilegio comune, per costruire insieme una realtà diversa. Allora capisco che invece lo scavo c'è e sta nel non detto, nell'immaginabile, e nella scelta, furba quanto si vuole, ma efficace di legare la vicenda ad un archetipo, che dorme dentro di noi, e si muove solo quando è necessario: quello contenuto anche nelle innumerevoli varianti della fiaba "la bella e la bestia", le cui origini possono essere riscontrate nella storia di "Amore e Psiche", contenuta nell'Asino d'oro di Apuleio  (con gli archetipi mica si scherza, bastano pochi particolari per farli scattare e questo acuisce l'attenzione di che guarda).

In alcuni punti colgo accenni alla vicenda evangelica: avete notato che Rita comincia a recuperare la vista dopo il tocco pesante delle mani insanguinate di Salvo sul suo viso e sui suoi occhi? Anche il cieco di Gerico recupera la vista in questo modo: Gesù gli mette le mani sul viso e sugli occhi, impastate di terra e saliva. E per il vangelo di Marco è cieco nello stesso modo e per gli stessi motivi per i quali, secondo i due registi, è cieca Rita. E' cieco di fronte alla verità. Avete notato che prima di andare a morire, dopo aver messo in salvo la donna, il protagonista la invita a mangiare e insieme si apparecchiano cerimoniosamente una poverissima tavola, pur sentendo le grida minacciose che vengono da fuori? Non è forse un'allusione all'ultima cena? Con la differenza che tutto è capovolto. Il Giuda che ha tradito è Salvo. Ma ha tradito il male, cioè i mafiosi, e Salvo stesso è il male e quindi tradisce anche se stesso.

Ma si sente inspiegabilmente spinto a redimersi ad ogni costo, forse per un sentimento complesso che lui non conosce e che è  molto simile all'amore, un amore privo di eros, carico di condivisione solidale. Dico "inspiegabilmente", ma il film in realtà lo dice il perchè: proprio nel momento in cui Salvo mette le mani insanguinate sul viso di Rita sente, forse per la prima volta nella vita, un contatto vero, non strumentale, con un'altra persona, che forse non a caso è una donna (anche con l'uomo che uccide prima di incontrare Rita, avviene la stessa scena: Salvo gli mette una mano sul viso, poi spara). In questo momento la donna comincia a recuperare la vista, ma anche per lui si mette in movimento un processo parallelo, che continuerà fino alla fine tenendosi sull'esile filo di una canzone di Emma e dei Modà. E' evidente che la cecità di Rita è simbolica: anche lei fa parte di un mondo totalmente guasto: una famiglia mafiosa e, neanche troppo inconsapevolmente, anche lei mafiosa, come possono essere mafiosi tutti quelli che convivono con la mafia tollerandola e assecondandola.

Sceneggiatori e registi non fanno mai niente a caso. Avete notato che l'attore che interpreta la parte del protagonista viene dalla Palestina? Forse è una combinazione, ma qui le combinazioni cominciano ad essere tante. Quando Salvo arriva nella sua casa con la pistola in pugno, Rita sta contando dei soldi. Non sembra essere un caso che i registi le abbiano messo in mano proprio dei quattrini: sono il segno di una adesione, magari solo parziale, a quel tipo di vita. E' bello per me e rivelatore quel lunghissimo piano sequenza (così lo chiamano quelli che parlano di cinema in modo forbito), dove la cinepresa insegue Rita, i tratti del volto sconvolti dalla percezione di una minaccia incombente, mentre Salvo la osserva da tutti gli angoli della casa. In realtà il primo contatto che apre uno squarcio nella cecità dei due, comincia ad avvenire in quei momenti. Mi direte che l'accenno all'evangelo è una forzatura e forse è vero. Ma nella Sicilia rivelata dalla cinepresa dei due registi, totalmente abbandonata da Dio, in quella Sicilia che forse per  loro, apparentemente affogati dentro un pessimismo cosmico,  è simbolo del mondo intero, dove potevano prendere una scintilla di speranza se non dentro le stesse contraddizioni del male? Speranza? Certo, anche in quel film desolato c'è speranza. Non c'è lieto fine, è vero, ma ovunque c'è poesia c'è speranza.

E lì dentro di poesia ce n'è tanta. Ovunque c'è un rapporto vero, che faticosamente si afferma, ovunque c'è un amore, meglio ancora se non riconosciuto come tale, un amore che nasce come un piccolo fiore dentro un deserto e giunge senza enfasi, quasi non volendolo, al punto del sacrificio della propria vita, perchè le condizioni reali non permettono altro, c'è anche speranza. E quella speranza non è consolatoria nel film, perchè rimane appesa ad un futuro indeterminato, ma non può non riempire il cuore.
E' difficile che "Salvo" abbia un grande consenso di pubblico. La maggior parte della gente non ama vedersi sbattere in faccia le cose essenziali e crude della realtà. Cercano di evadere, come fanno con il fisco. Quei pochi che c'erano alla proiezione uscivano dal cinema silenziosi ed incontravano il cicaleccio debordante degli avventori dei bar all'aperto della romana piazza Cola di Rienzo.

La realtà è veramente capovolta. Quando Salvo va dal boss a raccontargli ciò ch'è appena avvenuto, scende nelle viscere della terra. Il potere del male va sottoterra. Ed è un potere senza quella cultura millenaria, che fa dell'uomo un cittadino che s'interroga su come stare tra gli altri cittadini, favorendo il bene comune, un soggetto che si chiede che senso abbia l'esistenza. No, è un potere dozzinale, che conosce solo il linguaggio della violenza e della sopraffazione. Quella discesa non è solo una scelta poetica che sta a simboleggiare una cosa come il sottosuolo di Dostoevskij, ma una condizione reale delle società post-moderne. Il potere reale sta nascosto il più possibile e da lì agisce indisturbato. E' un potere terribile, ignorante e violento, un potere dozzinale, ho già detto. Ed ha bisogno, per riuscire a sopravvivere, di mantenere le società in una condizione di inconsapevole ignoranza. Soprattutto sulle questioni che riguardano l'uomo ed il senso del suo essere nel mondo.  

La Sicilia di "Salvo" ovviamente è una Sicilia "in vitro". Bruciata dal sole, ventosa, in alcuni punti desertica, in altri veramente troppo affollata di gente, che sembra non abbia quasi nulla da fare. Un brulicare di malaffare e tanta gente untuosa e un po' vile, che spaccia la propria realtà come immutabile. Ognuno appare come prigioniero di un ruolo, anche il Killer, che quando sgarra muore, anche il boss e via via ognuno, anche i benpensanti, con le loro frasi fatte e le spiegazioni di comodo. E' la Sicilia che noi tocchiamo con mano a Palermo e nelle sue tante periferie, come può essere anche la Bagheria di alcuni film di Tornatore, sfigurata e irriconoscibile dopo gli scempi urbanistici e sociali degli ultimi decenni. Bagheria è quella che conosco meglio, ma ce ne sono tante di località simili intorno a Palermo e anche oltre.

Quando si esce di notte si possono incontrare gruppi di ragazzi che ad un osservatore esterno appaiono già guasti nel loro spaesamento, inspiegabilmente riuniti a branchi intorno ad  automobili con la radio a pieno volume, sospettosi, spavaldi, fragili. Ognuno forse ci guadagna qualcosa al momento, ma tutti ci perdono alla fine. Ognuno vive nell'ingiustizia tollerandola, o praticandola e nella negazione dell'amore, della libertà, della dignità. Avete notato che quando Salvo comincia inconsapevolmente il suo percorso, che lo porterà a morire, dopo l'incontro con Rita ed il rapimento finalizzato alla sua salvezza, libera il cane, non potendone più di sentirlo abbaiare e lamentarsi?

Quando un uomo (o una donna) comincia ad aprire occhi e anima, tutta la personalità ne viene investita. Ed ogni convenienza viene a cadere. Avete visto come reagiscono i due borghesucci che lo ospitano per controllarlo, per conto del boss, quando Salvo si rifiuta di mangiare da solo, servito come le altre volte in pompa magna, e va in cucina a mangiare da una scatola di tonno, come fanno gli ospiti/complici/carcerieri? Nessuno comprende veramente, nessuno può comprendere in un mondo fatto in quel modo. Salvo è diventato solo un po' strano. Ma sospetto. Perchè un uomo che rompe le convenzioni, che libera un cane, domani potrà anche liberare se stesso.

Ora, mentre scrivo queste note, è notte e piove, piove a dirotto. La pioggia è l'unico rumore che sento. Con lei s'intreccia  l'incipit della canzone di Emma e dei Modà, cantato da Rita, che mi è rimasto nel cuore, anche per la sua irredimibile bruttezza: "piangerai, come pioggia tu piangerai....". Ma il rapporto tra la bruttezza e la bellezza è misterioso. E' tutto un compenetrarsi, come capita anche alla coppia bene/male. Siamo noi che abbiamo bisogno di tracciare, spesso in modo manicheo, linee nette di demarcazione ingabbiando la realtà ed impedendoci di conoscerla profondamente. Il film tenta un'uscita da questi schemi.

Infine ho rivisto i posti del mio mediterraneo, nel film brutti talvolta come l'orco, ma capaci di mettermi sottosopra per la loro forza evocativa. Lo so che per dei registi l'ambiente dev'essere lo specchio di una condizione umana. Ma in quei deserti dell'anima, deturpati, infelici,  ci sono anche alcuni fiori. che non aspettano altro che farsi giardino. Capita ad ogni latitudine. Non lo dico per chiudere in bellezza. Ma perchè ci si possa convincere, nonostante le disillusioni, che c'è anche lì una consapevolezza del degrado, anche se non appare maggioritaria, per questo quei fiori appaiono in tutta la loro fine bellezza. E che semmai il problema è quello di trovare, non solo il coraggio, ma l'innesco giusto per un lavoro di trasformazione anche sociale e culturale, non solo personale.

(Lanfranco Scalvenzi)