lunedì 17 giugno 2013

MED - Le risorse per lo sviluppo


Il Governo Letta, politico di larghe intese anche se non pienamente condiviso dall’elettorato, è ormai un dato di fatto. Ma perché si passi dal dire al fare ora bisogna che escano fuori le idee giuste, perché il programma sia non solo un “libro dei sogni” ma una vera agenda di governo.  Inevitabilmente servono risorse e strategie.

Cominciamo con le risorse.

Il primo e più importante snodo è costituito dalla rinegoziazione del debito pubblico, in linea capitale e interessi, visto che, cifra più cifra meno, ci costa oltre 80 miliardi di euro l’anno che minano pesantemente il nostro rapporto Deficit/PIL.

Sulle motivazioni che giustificano tale esigenza mi sono già espresso in un precedente post del 3 maggio dal titolo MED-Consolidamento  debiti sovrani. Riguardo agli effetti basta riflettere sul fatto che una riduzione di anche solo 200 punti base dello spread porta risparmi per 40 miliardi l’anno che possono facilmente crescere se, contrariamente a quanto programmato durante l’esplosione della crisi finanziaria globale, la struttura del debito viene accorciata (i tassi a breve sono di gran lunga più bassi di quelli a medio-lungo termine).

In effetti nel 2012 la durata media del debito si è ridotta dai 7,3 anni del 2011 ai 5,1 anni per poi risalire nei primi cinque mesi del 2013 a 7,5 anni. Quel che non si è riuscito a consolidare nel 2012 può però essere conseguito oggi visto che veniamo considerato un paese virtuoso che non può più aver paura di vedere il suo debito non sottoscritto, soprattutto in un momento di eccesso di liquidità internazionale da parcheggiare su mercati sicuri anche se poco redditizi.

Lascio immaginare al lettore gli effetti virtuosi di una rinegoziazione del debito in linea capitale sul modello di quella praticata con la Grecia.

Sul fronte degli acquisti della PA e degli Enti Locali l’applicazione vera di procedure di evidenza pubblica e soprattutto dell’e-procurement (vedi post del 14 marzo dal titolo Pensare, Dire, Fare qualcosa di SVILUPPO) consentirebbe nel breve-medio periodo di ottenere risparmi consistenti non solo sulle spese correnti, ma soprattutto sulle spese per investimenti. Limitandoci alle sole spese correnti, che poi sono quelle che rientrano nel calcolo del deficit mentre per gli investimenti si sta negoziando con la Commissione per tenerli fuori, oggi la PA spende per acquisti ordinari oltre 200 miliardi di euro. Anche solo un 10% di riduzione prezzi (ma l’esperienza di altri paesi parla di percentuali di riduzione ben superiori) produrrebbe almeno 20 miliardi di euro di risorse aggiuntive.

Immaginiamo cosa si potrebbe ottenere se il meccanismo virtuoso venisse trasferito anche agli Enti Locali.

Riguardo al personale della PA e degli Enti Locali è inutile e dannoso alimentare un contenzioso sul costo del lavoro con gravi ripercussioni sulla conflittualità e sul consenso sociale. Meglio utilizzare le professionalità già ampiamente disponibili ma nascoste nelle pieghe del lavoro pubblico per stimolare la progettualità strutturale e di sviluppo. Il nostro Paese è stato in grado di perdere decine di miliardi di euro per insufficiente progettualità e incapacità amministrative. In Germania e in Spagna esistono opere realizzate con i fondi persi dall’Italia e riassegnate ad altre amministrazioni che sulle targhe di certificazione che vanno apposte sulle opere finite sono state “costrette”  ad indicare che i fondi provenivano dalle dotazioni originariamente assegnate all’Italia.

Si parla di circa 500-600 milioni di euro per il periodo 2014-20 assegnati al nostro Paese da impegnare quanto prima.

Qualcuno potrebbe argomentare che i progetti europei sono cofinanziati e che servono sempre risorse nazionali per completare il piano finanziario, ma nulla vieta che parte delle risorse nazionali sia costituito proprio da quel costo del lavoro per personale da assegnare ai progetti che è già spesa pubblica e che così produrrebbe almeno attrazione di fondi aggiuntivi. Inoltre ciò consentirebbe di assegnare un premio alle strutture pubbliche in grado di presentare progetti di successo, da spendere peraltro in incentivazioni monetarie proprio al personale che recupererebbe in modo virtuoso una parte dei danni causati dal blocco delle retribuzioni pubbliche ferme al 2011.

Solo riguardo ai progetti strutturali bisognerebbe metter mano, per soddisfare la quota di finanziamento nazionale, a fondi aggiuntivi quali quelli della Cassa Depositi e Prestiti evitando di distribuire fondi a destra e a manca alle amministrazioni pubbliche centrali e locali più potenti, ma anche alle imprese più sponsorizzate, con il vantaggio di ricevere in cambio proprio quei fondi europei che oggi ci vedono contributori netti allo sviluppo di altri paesi.

D’altronde si sa che il nostro Paese è molto dotato in ricchezza privata, nel risparmio postale bancario e negli investimenti finanziari: perché allora, anziché farsi tentare da improprie operazioni di prelievo forzoso, non si favoriscono gli impieghi da parte del sistema bancario con adeguate forme di cogaranzia pubblica (diamo atto al ministro Saccomanni di aver cominciato a parlarne). Gli strumenti esistono già sotto varie forme, ma vanno stimolati e rafforzati per consentire alle banche di veicolare quella gran massa di liquidità di cui possono disporre a basso costo verso l’economia reale, famiglie e imprese.

A questo punto quelli che da sempre sono considerati gli strumenti classici per drenare risorse pubbliche appaiono dei meri corollari. Mi riferisco alla tassazione, diretta e indiretta, alla lotta alla evasione, alle concessioni pubbliche e alle dismissioni del patrimonio immobiliare e aziendale.

Inutile insistere sulla tassazione diretta visto che al massimo si potrà agire in termini di redistribuzione del reddito; dannoso intervenire sulla tassazione indiretta in tempi di crisi di domanda;  velleitario parlare di lotta all’evasione come fonte primaria di risorse, visto che Equitalia e gli altri concessionari riescono molto meglio a sanzionare e recuperare i piccoli importi, frutto prevalente di errori piuttosto che di evasione, rispetto alle grandi evasioni che sanno resistere, aiutate da schiere di tributaristi; irrealistico pensare di ottenere incrementi di canoni da quei concessionari che già operano a condizioni consolidate, così come di realizzare cessioni di patrimonio pubblico in un periodo di recessione.

Sono tutti strumenti utili e da perpetuare, ma sulle risorse attese è difficile costruire piani di sviluppo e soprattutto hanno il grave difetto di distrarre il dibattito pubblico dal tema delle grandi strategie per l’uscita del Paese dalla crisi.

 (Leonardo Loprete)