sabato 15 giugno 2013

Gli effetti perversi della “Riforma Fornero”

L’ILO nel suo “World of Work Report 2013” rivela che dal 2008 l’Italia ha perso 600000 posti di lavoro e che l’unica forma di occupazione in crescita è quella precaria che è aumentata del 5,7% raggiungendo nel 2012 il 32% degli occupati.

Esaminando nel dettaglio il trend tuttavia si scopre che almeno la metà di questa performance si è ottenuta a partire dal secondo semestre 2012. Cioè quando è entrata in vigore la riforma del mercato del lavoro pomposamente sbandierata come moltiplicatore di buona occupazione, perché in grado di facilitare la riduzione del personale non più necessario e l’assunzione di nuovo personale più professionalizzato.

 Di fatto le grandi imprese ne hanno approfittato per alleggerire i propri organici a costi contenuti, mentre le piccole imprese, appesantite di oneri potenziali per i licenziamenti di natura economica derivanti da crisi della domanda, non hanno potuto far altro che licenziare tutti coloro che una volta trasformati in lavoratori a tempo indeterminato le avrebbero costrette ad esborsi aggiuntivi in termini di indennità integrativa di licenziamento.

Non ci voleva l’ILO per sostenere che questi effetti sono aumentati “anche a seguito della Riforma Fornero” e già in un precedente post dell’11 febbraio 2013 intitolato Sviluppo e Occupazione se ne era dato conto. Ma come ha fatto un Governo di Tecnici a prendere un abbaglio così clamoroso? Non sarà che, come spesso accade, i professori cercano di adattare la realtà alle loro teorie e non viceversa. Purtroppo nessuno ci potrà convincere che una qualsiasi tecnica di “regulation” del mercato del lavoro, anche se onestamente ispirata, possa sostituirsi all’unico vero driver dell’occupazione, la domanda interna e/o estera per consumi e/o per investimenti.

Solo imprese che hanno urgenza di riempire i mercati creano occupazione e questo accade, come sta scritto su molti manuali di politica economica ma anche di tecnica industriale e commerciale, solo in presenza di creazione di nuovi prodotti e/o di riduzione dei prezzi per effetto di processi di innovazione tecnologica (research driven growth), ma anche di sviluppo dei mercati esteri a seguito di processi di internazionalizzazione (export driven growth).

Il declino economico del nostro Paese si arresterà solo quando il Governo deciderà di passare dalle tattiche alle strategie. Non è mai troppo tardi!

(Leonardo Loprete)