martedì 4 giugno 2013

Dostoevskij legge Hegel in Siberia e scoppia a piangere di László F. Földényi

Dostoevskij legge Hegel in Siberia e scoppia a piangere – László F. Földényi - Ed: Il Nuovo Melangolo, Euro 8,00 - (www.ilmelangolo.com)

Un piccolo libro, quanto prezioso. Certo, già dal titolo si potrebbe obiettare, con un po' d'ironia, che leggendo Hegel si avrebbero buone ragioni per scoppiare a piangere anche a casa propria. Hegel sembra così fissato e noioso, con quel bisogno, che sembra avere, di rinchiudere il mondo dentro una gabbia, proprio il contrario di Amleto, o dell'autore che lo mette in scena.

Il bersaglio di Földényi però è solo apparentemente Hegel e le sue lezioni sulla filosofia della storia. Il bersaglio vero è l'esistenza grigia che si consuma nelle società dominate dalla razionalità ipertecnologica e da quei poteri che se ne servono e che attraverso lei cercano di plasmare il mondo dei viventi.

Hegel, senza troppo darlo a vedere, è uno dei cantori di questa società, che è la società occidentale ovviamente, vista con gli occhi dell'idealismo tedesco ottocentesco, dove lo spirito razionale espunge dalla storia e dalla vita tutto quanto non riesce a capire: non solo Dio quindi, ma interi pezzi di mondo, l'Africa, ma anche la Siberia dove è stato confinato Dostoevskij, dopo la nota finta esecuzione capitale. Solo dopo questa esperienza, durata alcuni anni, fuori dalla storia del mondo conosciuto e razionale permette a Dostoevskij, dopo essere ritornato nella Russia europea, di scrivere i suoi più grandi capolavori, passando attraverso quella stupenda opera anticipatrice che è “Memorie del sottosuolo”.

Dopo la Siberia Dostoevskij è un uomo nuovo che ha provato l'inferno, quindi anche il paradiso. E' uscito dai confini dell'uomo occidentale, tutto razionalità, ottimismo nel futuro, progressismo fideista. E quest'uomo è in grado ora di vedere l'inferno nella stessa vita quotidiana delle città occidentali. Riesce a toccare con mano ciò che all'uomo manca per essere compiutamente uomo, l'amputazione tragica che ha subito e della quale non appare consapevole.

Ci penserà il novecento a ricordarglielo. Chi pensa che il nazismo e il fascismo siano il riflesso di una fuga dell'uomo dalla razionalità delle democrazie è servito. Tecnica e scienza in Germania erano al massimo del loro fulgore. Anche la filosofia, le arti, ecc. Ricordo spesso, con un certo orrore che alcuni gestori dei campi di sterminio, erano anche amanti della musica del grande Bach. Bisognerebbe tornare a leggere 'la banalità del male', accostandolo a questo piccolo libro.

László Földényi è docente di letteratura comparata all'Università di Budapest. Scrive questo libretto alla fine del duemila. In quel periodo, subito dopo la caduta del muro di Berlino e la scomparsa del socialismo reale sovietico, sembrava che tutto il mondo fosse incamminato verso le “magnifiche sorti e progressive” di un futuro razionalmente guidato dal capitalismo finanziario e dall'ideologia neoliberista. E' qui dentro che Földényi  ricolloca il pianto di Dostoevskij, scoppiato tra le lande gelate della Siberia.

(Lanfranco Scalvenzi)