lunedì 13 maggio 2013

Uno stile “cabriolet” tra ipocrisia e vanità

Sono vent’anni, sostanzialmente da quando si è brindato alla nascita della II Repubblica, che si celebra il rinnovamento della classe dirigente del nostro Paese. Nonostante l’incessante trascorrere del tempo e il raggiungimento di limiti anagrafici una volta insuperabili, la nostra classe politica, appoggiata dalla maggioranza silenziosa del Paese, è stata costretta a richiamare in servizio il Presidente Napolitano.


Onore al suo senso di responsabilità, ma che nessuno pensi che si sia trovata la soluzione dei problemi. L’unità nazionale egregiamente rappresentata dalla figura e dalla persona del Capo dello Stato è condizione necessaria, ma non sufficiente a garantire la rinascita del nostro Paese. Conta di più l’insieme di valori e di comportamenti intorno ai quali ci si compatta, ed è su questo campo che la nostra società fa acqua da tutte le parti.

Non si perde occasione per premiare comportamenti indecisi, spesso ambigui, che nascondono abilmente falsità che nessuno si sente di denunciare pur avendone piena evidenza. E’ la sagra dell’ipocrisia, perché è sempre meglio non farsi nemici e poi chi te lo fa fare a metterti contro chiedendo sempre la verità. Accontentati di spiegazioni di facciata e sii “politicamente corretto”.

E’ inutile fare l’elenco di tutti gli esempi di ipocrisia di cui si è resa protagonista la politica: sono sotto gli occhi di tutti. Purtroppo pero’ noi cittadini non vediamo qualcosa di ancor più grave che ci riguarda direttamente e personalmente perché ormai radicato nella nostra vita quotidiana: l’assuefazione allo stile di vita che la politica ci ha insegnato, lo stile “cabriolet”.

Ci piace viaggiare senza un tetto sulla testa per far credere di non avere padroni, che le nostre menti possano arrivare fino in cielo per riportare sulla terra idee nuove e risolutive o, più semplicemente, per accreditarci come persone “smart” su cui si puo’ contare perché non ancorate ai macigni della vita quotidiana. In realtà l’assenza del tetto ci serve per avere vie di fuga dalle nostre responsabilità, trovando sempre una spiegazione alle nostre inefficienze e talvolta alle nostre colpe.

A chi di noi non è mai venuta la tentazione, spesso assecondata, di scegliere la via più facile nell’adempimento dei propri compiti familiari, professionali, sociali evitando di scontrarsi con gli interlocutori più potenti e scegliendo di “sanzionare” i più fragili e inoffensivi. A volte, basandoci su fattori di apparenza più che di sostanza, ci capita di sbagliare valutazione scoprendo che chi ritenevamo debole, una volta attaccato si sa difendere e ci crea complicazioni impreviste. Ma in genere nelle piccole cose della vita quotidiana troviamo sempre un compromesso e ce la caviamo.

Nelle grandi questioni che riguardano il Paese viceversa lo scontro si fa duro, ma i “poteri forti” al massimo potranno incontrare un magistrato che, a corto di prove formali, sarà costretto ad attaccarsi al famoso teorema del “non poteva non sapere” che raramente puo’ portare alla verità, mai alla giustizia. Che senso ha poi per la collettività danneggiata costituirsi parte civile quando non si è fatto nulla per impedire che un fatto accadesse: il senso della beffa.

Proviamo ad invertire il teorema e trasformarlo in “poteva sapere” col corollario “doveva sapere” e scopriremo che la gran parte delle cose che non funzionano possono essere risolte in via preventiva con la normale e spesso semplice attenzione quotidiana senza doversi mai affidare al potere sanzionatorio di organi di controllo di ultima istanza.

Il fatto è che siamo tutti vittime di quel peccato tipicamente umano che si chiama vanità e che ci spinge a ricercare il consenso dei potenti, o presunti tali. Ma che male c’è visto che la vanità confina con l’ambizione che spinge i diversi attori del mercato, quel grande palcoscenico della vita economica, a competere tra loro per una affermazione personale professionale e aziendale. Sembrerebbe quasi un peccato veniale di cui lo sfrenato liberismo che veste la globalizzazione non può fare a meno per lo sviluppo delle società.

In realtà la vanità è peccato originale e originatore di tutti gli altri vizi, connaturato alla stessa natura umana, e di cui si sono macchiati i primi esseri umani sotto forma di presunzione e continuano a macchiarsi gli uomini e le donne protagonisti a tutti i livelli della nostra società. Al fine di difendere le nostre più o meno grandi nicchie di potere, la vanità ci porta non solo a tacere, ma addirittura a spegnere i nostri sensi e a concentrare l’intelletto solo sugli alibi in base ai quali non si puo’ sostenere che “non poteva non sapere”.

Ma quando ci convinceremo che “possiamo e dobbiamo sapere” prima su noi stessi e poi, con la maturazione delle nostre coscienze, anche sugli altri, saremo finalmente diventati cittadini attivi. Non staremo più li’ ad aspettare un novello Prometeo che ci porti il fuoco  del progresso sottraendolo agli dei, ma saremo noi stessi promotori di informazione e di conoscenza distribuite.

Sarà allora che la democrazia divenuta matura si trasformerà in deliberativa e le opinioni di tutti potranno finalmente concorrere al miglioramento della società.

(Leonardo Loprete)