lunedì 6 maggio 2013

Pd: Non c’ erano opzioni al meglio, solo al meno peggio

Se sono seri i sondaggi e autentiche le intenzioni di voto (in forte decrescita per il Pd) , dopo la formazione del governo di Enrico Letta, l’acutezza dello scontro polemico fra chi tale soluzione ha promosso,  condiviso o anche semplicemente accettato e coloro che invece le avrebbero preferito l’esito di una crisi risolutiva e nuove elezioni,  non ha molto senso.
Entrambi gli schieramenti in cui il partito si è diviso hanno ragione e torto contemporaneamente perché dissertano di una alternativa che rappresentava, comunque, un passo indietro fondamentale per il partito.

Con grande amarezza, assistiamo infatti alla crisi forse finale di un partito (predeterminato fin dal 1998 con la curiosa sottostante teorizzazione della ”cosa due”)  e portato a realizzazione nel 2008 con la fusione Ds e Margherita  (meglio dire dei due rispettivi apparati) . 
Un partito che purtroppo nell’ultimo quinquennio ha obbedito, con sembianze solo apparenti di democrazia, solo all’istinto di autoconservazione dei rispettivi gruppi di regia delle componenti di provenienza ed, anche per questo, disseminato di sconfitte nelle varie competizioni elettorali regionali,  amministrative ed europee.
 
Un processo che, per le torsioni politiche e le ipocrisie personali dei suoi dirigenti che lo hanno caratterizzato, ha completamente svilito il nucleo centrale di pensiero che contemplava fondamentalmente una coerente coesistenza fra socialismo riformista e cattolicesimo sociale.
Le oligarchie storiche rispettive delle due componenti hanno invece duellato in un disegno reciproco di mantenimento egemonico, nella prevalente indifferenza, fino a sfiorare una supponente cecità, davanti al dinamismo caleidoscopico e menzognero del berlusconismo: cadendo nella trappola di identificarlo in una persona (Silvio Berlusconi appunto).

Quel Berlusconi che invece ha solo impersonato, con la migliore interpretazione concepibile, il mito vincente di questo lungo arco temporale di un ventennio: cioè l’ideale dell’individuo ricco e furbo, che anche la sinistra ha saputo o voluto esorcizzare con assai scarso vigore.     
Gli ex Ds, immersi nella loro convinzione di leadership naturale, hanno assistito rassegnati all’abbattimento reiterato di un numero cospicuo dei loro leader, mai capaci di autocritica (che pure era antica base dottrinale del loro processo formativo) per loro presunta superiorità egemonica, quasi sempre sconfitti nelle competizioni al di fuori dai recinti dei loro apparati di partito.

Gli ex popolari , a loro volta, da buoni discepoli della vecchia scuola democristiana, consapevoli della  loro  inferiorità numerica, abili nel compromesso negoziale, ma nel disinteresse del prezzo che loro e il partito tutto in termini di coerenza con l’ispirazione sociale e democratica, tanto genuino quanto dimenticato nocciolo essenziale del Partito Democratico.
Al punto di giungere alla fase di queste ore che vedono il partito, nonostante la perdita di tre milioni di elettori, “formalmente”  vittorioso  alle lezioni,  nemmeno più in grado di operare alcun tipo di scelta,  senza il consenso di colui che, fino a poche settimane or sono,  era riguardato come il prototipo assoluto del nemico da sconfiggere definitivamente.

(Pierluigi Sorti)