venerdì 17 maggio 2013

Lettera a una Chiesa che ha dimenticato Gesù, di Ermanno Olmi

Lettera a una Chiesa che ha dimenticato Gesù, di Ermanno Olmi - Ed. Piemme ora, Euro 12.00 - (www.edizpiemme.it)



E' un libro che si inserisce bene nella discussione intorno all'abdicazione di Benedetto XVI ed all'elezione di Francesco. Ma, al di là del titolo, non riguarda solo la Chiesa Cattolica. Riguarda l'Occidente e soprattutto la nostra piccola Italia che sembra abbiano bisogno di un supplemento d'anima. Ermanno Olmi è un grande regista. Al suo attivo film del calibro de 'L'albero degli zoccoli', 'La leggenda del santo bevitore', 'Il mestiere delle armi'. 

Non tutti però si ricorderanno che è anche il regista di “Centochiodi”,  un film sulla figura di un Cristo attuale, totalmente umano. Ermanno Olmi scrittore, in questo libro, è molto attento alla distanza abissale tra il messaggio evangelico, la stessa testimonianza di Gesù, ed i comportamenti della Chiesa dell'ufficialità. 

Lo è con la bonomia di un uomo e un intellettuale che sta sottotraccia riflettendo su un bilancio della propria vita.   C'è una grande umanità nella sua lettera, non il furore ideologico di un Savonarola. Ma il messaggio, proprio per questo è ancora più efficace. La Chiesa, i suoi apparati di oggi, non hanno fatto altro che esaltare la 'liturgia del rito', dimenticando la 'liturgia della vita', hanno aperto sportelli bancari, anziché combattere l'idolatria del consumo, hanno fatto di se stessi un dogma, svilendo la sacra libertà della coscienza. 

Naturalmente Olmi chiama in causa anche le altre Chiese. Tutto quanto è Chiesa per lui corre questo rischio di involuzione rispetto al messaggio originario. Il libro è un invito continuo alla libertà di pensiero: 'non dirmi come devo pensare', afferma Olmi, 'non impormi dogmi', alla gioia condivisa; e per discuterne tira in ballo nientemeno che il miracolo dei pani e dei pesci, sul prato delle beatitudini: 'se crederete nell'amore , farete miracoli' dice Gesù ai discepoli che gli chiedono come si possa sfamare una moltitudine di 5 mila persone, con pochi pani e pochi pesci. 

Scrive Olmi che 'le parole di Gesù avevano smosso i cuori di coloro che tenevano nascosto il cibo per non condividerlo con altri'. Ecco cos'è per lui quell'evento: il miracolo della condivisione e dell'amore. Non poteva mancare, nello scritto di un regista una piccola sceneggiatura, dove s'immagina un dialogo alla fine della vita tra Maria Maddalena, con il volto coperto da un lenzuolo, e l'apostolo Giovanni. Giovanni è curioso soprattutto di un momento della vita di Gesù, quando si sentiva abbandonato da tutti, anche dal Padre, nel Getsemani. Giovanni ricorda di aver visto una figura di donna tra gli ulivi quella notte. 

E la Maddalena risponde 'io l'ho amato con lo spirito e con la carne. L'ho amato con tutti gli amori che conosco....” Per Olmi Gesù è quel falegname e Rabbì di Nazareth che con la sua vita ha suggerito l'unica strada della gioia: spendere senza sconti il bene prezioso della propria esistenza. Nel regno dell'essere, certo, non in quello dell'avere, o del potere. La bramosia dell'avere e del potere hanno infatti congiurato per ucciderlo. E allora dove si può trovare oggi quel supplemento d'anima? Olmi non ha delle risposte, ma si affida ai sentimenti: 'i sentimenti sono misteriosi ed hanno dentro più verità di qualsiasi ragionamento”.
La lunga lettera è datata 17 gennaio 2013. Nel mese di febbraio Benedetto XVI dichiarerà al mondo intero la sua decisione di abdicare.
Ermanno Olmi termina la lettera immaginando Piazza San Pietro gremita di folla, mentre una figura appare sul balcone della facciata della basilica. Non è il Papa. E' Gesù, che dice: 'Sono tornato...come vi avevo promesso... Non dubitate, abbiate fede. Ricordate quel tempo?... Si avvicinava la Pasqua e nel tempio la gente vendeva buoi, pecore e colombe...e i cambiavalute seduti al banco...facevano mercato. Ancora una volta li scaccerò. Non fate della casa del Padre una bottega. Distruggete questo tempio e, come allora, in tre giorni risorgerà dentro di voi...'

(Lanfranco Scalvenzi)