venerdì 26 aprile 2013

Leadership nel PD

L'ampiezza della disfatta del Partito Democratico, concretizzatasi prima nel riuscire quasi a perdere elezioni che - sulla carta – apparivano già vinte e, infine, nel "tradimento" di uno dei suoi padri fondatori da parte di oltre 100 fra deputati e senatori, che pure lo avevano applaudito non più di un paio di ore prima, impone una riflessione su come viene intesa e praticata la leadership in questo partito.


Dopo un'accesa campagna elettore per le primarie per la segreteria del Partito,per molti aspetti interessante,quanto meno il suo carattere innovativo per l'Italia, che ha visto dibattiti diretti fra i candidati che hanno anche riscosso notevoli indici di ascolto e che hanno portato a votare oltre 3 milioni di persone, fra iscritti, attivisti e  simpatizzanti, il PD è sembrato scomparire dalla scena.  Ha riacquistato una parziale visibilità in occasione delle primarie per il Parlamento, peraltro oggetto di qualche contestazione, ed è nuovamente scomparso. Difficile ricordare un concetto, uno slogan, un motivo chiaro offerto agli elettori per convincerli dell'importanza e dell' utilità di votare PD.

Soffermarsi sullo stile comunicativo implica il rischio di essere impietosi, ma come si può non ricordare le frasi tronche,  lasciate in sospeso, le parole pronunciate con bruschi cali di tono di voce, le metafore incomprensibili ai più,che hanno portato a volte le persone a confondere l'originale con le imitazioni di un noto comico televisivo?

Ridurre però il tutto alle scarse competenze comunicative di Bersani sarebbe riduttivo e ingiusto.
Le carenze del PD sul piano della leadership sono ben più antiche. Basta osservare la sua classe dirigente: tutti i volti più noti al grande pubblico sono ormai ultrasessantenni. Alle loro spalle, un baratro generazionale: forse un solo cinquantenne o poco più.

Solo da due o tre anni hanno cominciato ad apparire sulla scena alcuni quarantenni, tra i quali la Serracchiani (che dopo il suo eclatante discorso del 2009, è stata prontamente spedita in Europa affinché non "disturbasse i conducenti" sollevando troppi problemi). In questo momento così amaro è stata l'unica in grado di offrire al PD una vittoria, sia pure anche questa di misura, in Friuli Venezia Giulia, raccogliendo migliaia di adesioni in più rispetto ai voti ottenuti dalle liste che la sostenevano. E non è un caso.
Risulta dunque evidente che una intera generazione di leader ha occupato tutto l'occupabile per anni, senza concedere alcuno spazio e alcuna visibilità ad altri.

Un atteggiamento che - protratto per decenni - non solo ha impedito un concreto affiancamento della generazione successiva, con occasioni per cimentarsi, fare esperienze ed assumersi gradualmente responsabilità, ma ha stimolato una forte insofferenza nell'opinione pubblica,  che ha considerato lontani dai bisogni dei cittadini e responsabili dell'attuale sfacelo del paese tutti coloro che vede sulla scena da trent'anni, senza distinguere le reali responsabilità di ognuno.

Non potremo mai sapere come sarebbe la situazione attuale se il Pd avesse avuto una leadership molto più attenta alle sollecitazioni che arrivavano dalla base e dalle nuove generazioni, meno vincolate da appartenenze pregresse e avesse aperto effettivamente i propri circoli a tutti quei cittadini che, sull'onda dell'entusiasmo delle primarie del 2007, si erano riavvicinati alla politica. Invece tutto è stato calcolato, analizzato e soppesato con il bilancino, sulla base delle appartenenze pregresse! Ogni incarico, ogni direttivo, ogni esecutivo a livello di circolo e/o di municipio, sono stati deliberati su quella base. L'unico ricambio generazionale che si è avuto, è stato realizzato su base correntizia o familiare, nonostante i richiami pur forti che spesso venivano da una base allargata che tentava di far sentire la propria voce.

Se il PD vuole ancora sperare di risollevarsi dall’ attuale situazione non può quindi che accettare una necessaria e autentica "rifondazione", che vada oltre le appartenenze pregresse, non solo partitiche ma persino e, forse, soprattutto, correntizie.

Leader veri non possono continuare a difendere il passato ed aver paura di aprirsi al nuovo e al diverso. Leader veri devono consentire e praticare la partecipazione a tutti i livelli per far nascere nuovi sentimenti di appartenenza, non legati al passato ma per costruire un nuovo presente e, soprattutto, un futuro.

(P. Deitinger)