mercoledì 10 aprile 2013

La banalità del male


E' notizia di questi giorni.
Una Prof di matematica, dopo aver notato i movimenti di una ragazza ebrea che non sta bene e continua ad andare in bagno, per poi rifugiarsi nell'ultimo banco, si irrita, la sgrida e le dice che: “ad Auschwitz saresti stata più attenta”. La ragazza scoppia in lacrime.

Tutti i ragazzi allora si alzano ed escono dall'aula. Si va dalla preside Anna Maria Trapani, che con quel cognome, non può che essere molto attenta a tutte le sfaccettature del problema. La Prof, di fronte alle contestazioni ribadisce: “l'ho pronunciata per indicare un posto dove regnava l'ordine”. La Preside non si è scomposta ed ha propiziato un incontro tra la classe e Pacifici, presidente della Comunità Ebraica Romana , al Museo Ebraico.
La Prof a settembre andrà in pensione per raggiunti limiti di età. Intanto è in malattia.

Non mi stupirei se questa signora dicesse di essere convinta della superiorità della tecnica.



Berlino - Museo Ebraico


Forse pensa veramente che mettere un numero indelebile sul braccio di un ebreo nei campi, fosse una scelta di una mente ordinata e ben organizzata, più che l'inizio di un tremendo percorso di distruzione.
Distruzione fisica, perche uomini, donne e bambini da questo percorso uscivano trasformati in sapone. Ma soprattutto morale, perchè ne veniva distrutta prima l'umanità, poco a poco, magari con la complicità estorta delle stesse vittime, mettendo in condizione i pochissimi sopravvissuti di desiderare la morte, come testimonia Primo Levi ne “i sommersi e i salvati”, e con la sua stessa vita, troncata da un volo nella tromba delle scale.

In quale universo vive questa Prof. e tutti quelli che “pensano” come lei? Non sentono costoro che lo sterminio di milioni di ebrei, fatto in quel modo e per quelle ragioni è un'offesa intollerabile fatta a loro stessi, al loro amore per la vita, ammesso che ce l'abbiano, e per le persone che amano? Non sentono che quella ferita incancellabile riguarda l'umanità intera? Cos'è una persona quando operano in lei questi meccanismi di dissociazione che la separano da ciò che in una donna, o in un uomo, si chiamano dignità, amore, solidarietà?

Chapeau per Anna Maria Trapani, che ha saputo trasformare una catastrofe educativa in un'occasione di crescita per tutti i ragazzi. Forse però è il caso di prendere anche qualche provvedimento, perché la scuola possa sviluppare anticorpi che resistano all'usura del tempo.
Bravi i ragazzi, che hanno dimostrato un'insospettabile autonomia di giudizio, oltre ad uno spirito solidale. E' difficile in questa nostra società, così assuefatta all'utilitarismo e all'indifferenza, la normalità di un gesto dignitoso e gratuito.

Vorrei però fare qualche considerazione, ovviamente opinabile. Perché non possiamo, non dobbiamo rinchiudere il problema che è sorto, nel recinto degli “infortuni” di un'insegnante che, forse inconsapevolmente, dice con leggera nonchalance cose ignobili e crea interrogativi inquietanti sulla capacità dei concorsi pubblici di mettere dei filtri per difendere la scuola almeno dalla stupidità più conclamata. Quanti guasti ha creato prima d'ora senza che qualcuno se ne accorgesse o muovesse un dito?
Chissà quante volte ha potuto sproloquiare, screditando tra l'altro tutti i colleghi, molti dei quali sono dei piccoli eroi della vita quotidiana, per le condizioni proibitive nelle quali tentano di insegnare, nell'indifferenza generale e persino nell'ostilità, a volte, del resto della società, in una scuola che in troppi, soprattutto nei palazzi del potere, cercano di soffocare, a tal punto da scegliere ministri della pubblica istruzione a dir poco sciagurati, come nell'ultima legislatura.

Pacifici, che pare un uomo molto moderato, propone di premiare, al Quirinale, nella prossima giornata della memoria, questa classe la cui cultura può essere in grado di contribuire a sconfiggere l'indifferenza. Eccellente, ma non lasciamoci fuorviare dalla reazione pressoché unanime che c'è stata. Ciò che c'è di marcio nel cuore dell'uomo di solito tace in queste occasioni. Ed esce quando la guardia si abbassa. E a volte sembra diventare senso comune. Ci sarebbe bisogno di molto di più. Che la giornata della memoria durasse un anno intero.

Ma proviamo a uscire dalla scuola, entriamo nel vasto mare dell'opinione pubblica, delle idee e dei comportamenti che normalmente occupano la scena dei media e del potere.
Facciamolo senza infingimenti. E' un atto di salute pubblica.

Un tizio, che è stato eletto più volte Presidente del Consiglio negli ultimi vent'anni, e che praticamente è proprietario della più grande e invasiva industria culturale del Paese, proprio nella giornata della memoria di quest'anno, all'inaugurazione del memoriale della Shoah, al binario 21 della stazione di Milano, da dove partivano i treni della deportazione degli ebrei d'Italia, ha rilasciato un'intervista che ha fatto il giro del mondo. Ha detto tra l'altro, dopo essersi addormentato durante le celebrazioni, alle quali non era nemmeno stato invitato, che, se si considerano a parte le leggi razziali, Mussolini ha fatto cose buone. Forse non lo pensava, forse l'ha detto solo per accaparrarsi qualche voto in più, il ché non è meno ignobile, ma le poche contestazioni sono durate un sospiro, non ha nemmeno dovuto tornare alle elementari con le orecchie d'asino. E' stato rieletto invece subito dopo con una decina di milioni di voti. Voti veri, di gente adulta, che si presume civile.

Una tizia, che è stata eletta presidente del gruppo della Camera del Movimento 5 Stelle, gli ha fatto eco qualche settimana dopo ed anche lei è rimasta dov'era ad aumentare il numero degli ignoranti che fanno danni in Parlamento.
Eppure c'è stata nel nostro Paese una lotta di liberazione dal nazismo e dal fascismo. Una lotta che ha sconfitto anche le loro idee aberranti, non solo i panzer che seminavano morte, alla fine di una guerra rovinosa, che ha causato all'Europa milioni di morti. Quella lotta, che si chiama Resistenza, e non è patrimonio solo nostro, ma europeo, è la levatrice della nostra Costituzione sulla quale giurano tutti i nostri governanti.

Questo mi obbliga a tentare un ragionamento finale, che riguarda sia la Prof, sia quel tizio e quella tizia, sia i dieci milioni di “adulti veri”, sia tutti noi che ci pensiamo al riparo dai vertiginosi abissi nei quali può perdersi l'uomo, magari a sua insaputa, nella vita di ogni giorno.
Hannah Arendt, filosofa tedesca, allieva di Heidegger, nel 1961 va a Gerusalemme per seguire, come corrispondente del New Yorker, il processo ad Adolf Eichmann, ritenuto uno dei maggiori responsabili dello sterminio del popolo ebreo, avvenuto nei campi. Tutti gli articoli scritti si trovano in un libro intitolato “La banalità del male” (Feltrinelli Editore)

Il male che Eichmann incarna, e che entra a far parte, in qualche modo, senza stridore alcuno, dell'universo morale della Prof., dove diventa persino un modello d'ordine, non è solo il male assoluto, che è subito riconoscibile, se si ha un po' di sensibilità, ma le pratiche e i modi della sua diffusione e della sua accettazione come normalità.
Forse bisogna credere a quella Prof quando dice di non essere antisemita. Proviamo a farlo. La Storia, anche recente è lì a dimostrare, in molte parti del mondo, che l'imbecillità, il razzismo non sono prerogativa dei soli antisemiti. E che Auschwitz è diventato, per una sciagurata sottocultura, un marchio separato dal contesto che l'ha generato, un simbolo universale. E' un discorso difficile, siamo su un crinale scivoloso, ma se vogliamo veramente produrre anticorpi contro la bestialità di certe idee, non bisogna stancarsi di discuterne e di separare, persino il loglio dal loglio.

Anch'io sento la necessità prima di tutto di asciugare le lacrime di questa cara ragazza ebrea e di abbracciarla, come hanno fatto i suoi compagni. E di chiedere scusa, come uomo, ai suoi genitori, già così provati da un'offesa indelebile. Perchè questa cosa riguarda anche me. Nessuno può chiamarsi fuori. L'ineffabile esempio ultrautilitaristico di tizio e di tizia e di molti degli adulti veri, loro sodali, che fanno parte di quella schiera di uomini e donne che non si voltano mai, secondo i bellissimi versi di Montale, inseriti negli “ossi di seppia”, indifferenti, forse per vocazione, forse senza intenzione, è un terreno di coltura per altre tragedie che covano nel cuore di tenebra umano e nelle impersonali macchine di sterminio che si nascondono nel nostro pensiero ipertecnologico.

Come ho già detto, ciò che alla Arendt appare “banale” e tanto più terribile, non è il male assoluto “in sé”, ma quel modo di perseguirlo. perchè i suoi servitori più o meno consapevoli non sono che piccoli, grigi burocrati. Persone normali, si direbbe avendone il fegato. Sono dei tecnici, dei professionisti, a volte eseguono, senza pensare alle conseguenze, solo degli ordini. A volte sono uomini e donne che vivono vite prive di slancio, nelle quali tutto viene messo sullo stesso piano e considerato solo per l'utilità pratica o per il valore mercantile, la stessa vita. Piccoli uomini, piccole donne, senza alcuna autonomia di giudizio e spesso, senza alcun giudizio. E' quindi anche nel quotidiano che dobbiamo cercare quel male abissale che si accumula, senza redenzione, perchè non viene riconosciuto come tale e che può esplodere però, in particolari frangenti della Storia, nelle grandi tragedie dell'umanità. Non dimentichiamolo, soprattutto oggi.

Con i chiari di luna che abbiamo in Europa, tra burocrazie tecnocratiche, populismi demagogici, autoritarismi di diversa natura, indifferentismo morale e culturale, possono stabilirsi alleanze profonde che avrebbero effetti devastanti sulle società e sugli uomini. Non dimentichiamolo.
Questo passaggio d'epoca è un passaggio di civiltà e niente ci garantisce che non ritornino, anche in forme diverse, i fantasmi del passato.

(Lanfranco Scalvenzi)