mercoledì 20 marzo 2013

Rispettare le regole per cambiare le regole

E se i cardinali, vetusti e ortodossi, si fossero dimostrati più progressisti e innovativi del nuovo e giovane Parlamento italiano? La risposta alla domanda (retorica) appare scontata. La farraginosa elezione dei presidenti di Camera e Senato è un segnale inequivocabile.

L’ultimo Conclave ha insegnato, invece, che se si vuole innovare non serve fare ostruzionismo: bisogna rimboccarsi le maniche e nel rispetto delle regole esistenti cercare di cambiare ciò che non va bene.
In Vaticano sono bastate meno sedute di quelle previste per eleggere un Papa che rappresentasse una netta discontinuità con il passato. Francesco I continua a viaggiare sui pulmini come un normale Vescovo (pur essendo quello di Roma), predilige le automobili meno dispendiose, cerca di limitare al massimo lo sfarzo inutile, scende fra la gente. Il capo dello Stato più piccolo del mondo preferisce parlare poco e agire di più. Purtroppo, pare che la scia partita dal Vaticano non sia riuscita a superare il Tevere per giungere fino ai palazzi delle Istituzioni italiane. Il braccio di ferro a cui si sta assistendo dal dopo elezioni potrebbe essere solo una dimostrazione al popolo di inutile forza muscolare senza considerare il danno che tale dimostrazione porta con sé. Dallo stallo, prima o poi, si uscirà, ma questo quanto costerà al Paese? Infatti, la nomina dei presidenti di Camera e Senato rappresenta il primo passo verso il riavvio di una vita politica italiana come previsto dalla Costituzione.

Il blocco delle Istituzioni ruota attorno all’impossibilità da parte del presidente della Repubblica per via del semestre bianco di sciogliere le Camere, per tornare alle urne, nel caso (assai probabile) in cui dopo aver nominato un presidente del Consiglio questo non riuscisse ad ottenere per il Governo proposto il voto di fiducia da parte del Parlamento. Non sembra, allora, così irrealizzabile lo scenario che si arrivi a metà maggio, uscita ufficiale di Napolitano dal Quirinale, senza aver concluso nulla. A quel punto molto semplicemente, come previsto dalla Costituzione, verrebbero riunite le due Camere per eleggere (con grande difficoltà) il nuovo capo dello Stato che a sua volta avrebbe la competenza di tentare di formare un Governo e in caso di fallimento di sciogliere le Camere e tornare alle urne. Peccato che tutta questa procedura preveda, comunque, tempi lunghissimi. Si arriverebbe, infatti, fino all’estate, regalando all’Italia che non lo merita un’inattività lunga almeno sei mesi.

E così come ci si augura che questo Papa sappia gestire al meglio e ponga rimedio agli scandali del Vaticano più che farceli dimenticare, c’è da augurarsi che chi dice di agire nel nome del rinnovamento cominci ad agire nel rispetto delle regole esistenti. Ci sono molte cose che il Paese si aspetta: uno sviluppo delle risorse energetiche rinnovabili, un piano er industriale, uno sviluppo per la cultura, una migliore distribuzione della ricchezza, un equilibrio migliore fra le pensioni d’oro e quelle sociali e tanto altro. Il nuovo Papa sta dimostrando che se si vogliono cambiare le regole bisogna cominciare a rispettare quelle esistenti. Sarebbe l’unico modo per dimostrare che la demagogia è solo una ingiusta accusa di chi non vuole innovarsi.

(Chiaro Ettondo)