giovedì 14 marzo 2013

Pensare, Dire, Fare qualcosa di SVILUPPO

La nostra classe politica, nonostante tutte le dichiarazioni rivolte allo sviluppo, non sa cosa fare e quel che è peggio non lo sa neanche pensare. Viceversa continua a comunicare con l’intento di catturare il consenso dei più, distratti dal fascino dell’obiettivo e poco attenti alla sostenibilità dei mezzi. Basta scorrere le diverse proposte avanzate da ogni parte politica, campagna elettorale o meno, per accorgersi che esse, nessuna esclusa, ferma restando la loro valenza sociale, costerebbero assai di più di quanto in realtà produrrebbero in termini di PIL.

La valutazione non migliora se si esaminano le proposte di taglio della spesa. A fronte di spese complessive della PA superiori agli 800 miliardi di euro, l’eventuale taglio dei costi della politica potrebbe produrre circa 200 milioni di euro pari allo 0,025% della spesa totale, ma probabilmente solo a partire dalla prossima legislatura, perché i rimborsi elettorali così come i diritti acquisiti vanno salvaguardati (che fine hanno fatto i diritti acquisiti dei comuni cittadini? Chiedo scusa quelli erano privilegi!). Analogo discorso vale per le “pensioni d’oro” o presunte tali (chi decide il livello al di sopra del quale una pensione è d’oro?) il cui taglio produrrebbe comunque risparmi limitati. Il valore simbolico di questo tipo di tagli resta e vanno quindi fatti, ma purtroppo dobbiamo dire che il vero grasso non è lì.

Purtroppo nessuno parla in modo convinto dei danni che sono stati fatti e che continuano ad essere perpetrati dai tanti manager pubblici, spesso profumatamente pagati, nella amministrazione della cosa pubblica. Non sono in grado di far lavorare in modo efficiente, e talvolta neanche efficace, la grande massa di personale a loro disposizione e quando acquistano impianti, macchinari, prodotti e servizi non sanno massimizzare il rapporto qualità/prezzo.

Riguardo al personale bisogna avere il coraggio di dire che, a fronte di una esigua minoranza di lavoratori che consegue indici di produttività eccezionali, la gran parte si nasconde all’interno della struttura e attende annoiata il mitico 27 del mese, unico vero motivo per non abbandonare il posto di lavoro (salvo farlo saltuariamente durante l’orario giornaliero di servizio). I dirigenti e i funzionari responsabili sanno benissimo su chi non possono contare, ma utilizzano il loro ingegno solo per scovare gli alibi in base ai quali non possono intervenire e quindi sono parte lesa non causa attiva di questa situazione.

Riguardo agli acquisti la situazione si fa ancora più drammatica. Uno degli obiettivi istituzionali della P.A. è fare acquisti perché non si può non investire in innovazione, non si possono non incentivare gli investimenti, non si può non finanziare l’istruzione, la sanità, la difesa, la giustizia (forse su questa però è meglio risparmiare). Ma il vero obiettivo sostanziale è invece semplicemente quello di spendere perché già solo il farlo, meglio se a prezzi alti, crea consenso e clientele ed è quindi il vero atto politico da perpetuare.

Ecco, è qui che ristagna pesantemente il vero grasso della spesa pubblica. Eppure basterebbe applicare il buon senso di una brava casalinga o di un buon padre di famiglia che quando fanno la spesa confrontano diligentemente qualità e prezzi, per ottenere risultati eccezionali. D’altronde chi di noi quando compra un telefonino o una lavatrice o anche semplicemente il pane si fida ciecamente del venditore e non controlla preventivamente e soprattutto nel post vendita se ciò che è stato promesso corrisponde alla realtà?

Ebbene nella PA l’attenzione delle centrali di acquisto, le c.d. stazioni appaltanti, si concentra sulle procedure affinché nessuno possa ex-post dire, sulla base di un semplice esame della documentazione, che è stato favorito tizio caio o sempronio. Invece ci si dimentica della congruità, cioè di quel concetto che molto semplicemente una trasmissione televisiva di successo di qualche anno fa definiva come: “OK. Il prezzo è giusto”. Il fatto che gli acquisti sopra soglia siano regolati da procedure di gara purtroppo non dà alcuna garanzia che il prezzo di aggiudicazione del prodotto o servizio sia in linea col mercato se è vero che spesso un qualsiasi cittadino può trovare lo stesso prodotto/servizio al negozio o farmacia sotto casa a prezzi inferiori.

Ma c’è di più. Spesso gli impianti e i macchinari tanto sbandierati come fondamentali dai manager pubblici che ne decidono l’acquisto rimangono inutilizzati negli scantinati, sempre però in base ad alibi inattaccabili: manca la rete a cui connetterli o il tecnico che li deve gestire o più semplicemente nessuno ha comunicato che erano stati consegnati...

La conclusione che se ne può trarre è che il vero business della P.A. è spendere e non dotare le proprie strutture di strumenti, prodotti e servizi efficienti. D’altronde proprio le procedure consentono ai Responsabili Unici del Procedimento di costruirsi un efficiente scudo protettivo per la loro inefficienza spesso coniugata con la corruzione.

Purtroppo siamo ancora una volta costretti a guardare fuori dei confini nazionali per vedere qualcosa che ha a che fare con lo sviluppo. Per esempio in Corea del Sud sono già parecchi anni che la P.A. quando effettua acquisti, grazie all’e-procurement, sollecita le migliori offerte non solo dal mercato interno, che peraltro all’inizio di questo processo era assai poco competitivo, ma anche e soprattutto da quello estero, riuscendo così a dotare il Sistema Paese di quanto di meglio è disponibile sul mercato globale e ai prezzi più competitivi.

Ma c’è di più. Anche il sistema privato si è giovato dell’efficienza del sistema pubblico di acquisti ed è stato in grado di dotarsi di una struttura di costi molto efficiente che gli consente oggi di inondare il mercato globale con prodotti all’avanguardia e a prezzi sempre più competitivi. E’ anche per questo che i tassi di sviluppo di quel paese sono tra i più alti al mondo così come per l’India e il Brasile, ma anche il Marocco la Tunisia e l’Algeria e tanti altri paesi che adottano procedure efficienti negli acquisti.

So già cosa rispondono i difensori del sistema nazional-popolare: ma in Italia siamo all’avanguardia, il MEF e l’ICE già nel 2007 hanno pubblicato uno studio sull’accesso delle imprese italiane ai sistemi internazionali di acquisto, le nostre Università sono piene di corsi sull’ottimizzazione degli acquisti e sull’uso dell’e-procurement e poi con tutte le risorse che sono state investite su CONSIP per migliorare gli acquisti

Ancora una volta stiamo parlando di alibi che tutelano i decision-maker pubblici deputati al raggiungimento degli obiettivi di ottimizzazione degli acquisti. Ma chi si sente seriamente di sostenere che non abbiamo nulla da invidiare agli altri. Forse neanche quei dirigenti e funzionari pubblici che, investiti del gravoso compito della “spending review”, non hanno trovato di meglio che effettuare tagli lineari e che, interrogati sul tema, non avrebbero difficoltà a condividere queste valutazioni critiche: basta garantire loro l’anonimato!

(Leonardo Loprete)