domenica 31 marzo 2013

Scrittura cuneiforme, di Kader Abdolah

Scrittura cuneiforme, di Kader Abdolah - Ed. Iperborea, Euro 16,50 - (www.iperborea.com)

Kader Abdolah è un iraniano costretto a emigrare in Olanda dalle vicende politiche della sua terra. Un giorno riceve un taccuino scritto con caratteri incomprensibili. E' un quaderno scritto nel corso di una vita da suo padre, Aga Akbar, riparatore di tappeti, sordomuto e analfabeta.
Aga Akbar viaggiava tra le montagne tra Iran e Urss, tra le quali si distingue il monte Zafferano, nei villaggi dei tappeti volanti, dove i Santi attendevano ancora il Messia, leggendo libri di nascosto in fondo ai pozzi. E registrava i suoi pensieri nell'unica scrittura che conosceva, in caratteri cuneiformi, tratta da un'incisione rupestre sul monte Zafferano.


La scrittura risaliva al tempo di Ciro il Grande, ma Aga Akbar non lo sapeva. Era rimasto affascinato, lui bambino dal mistero che rinchiudevano quei caratteri e che, come gli era stato detto da un poeta montanaro, raccontavano storie. L'unico suo incontro con la scrittura che avesse lasciato un segno era stato quello e a quell'incontro sarebbe ritornato per tutta la vita, ogni volta che dava forma ai suoi pensieri, i pensieri di un sordomuto.

Lo scrittore fa da io narrante nei primi e negli ultimi capitoli del libro e come tanti scrittori vede tutto ed è onnisciente. Ma nei restanti capitoli presta la penna a Ismail, il protagonista, figlio di Aga Akbar, e vede il mondo attraverso i suoi occhi, pensa con la sua testa. Kader, lo scrittore, e Ismail sono naturalmente la stessa persona. Cambia solo il punto di vista, ma a volte non è possibile una chiara distinzione ed è bello lasciarsi andare a questa sovrapposizione creativa. Si capisce che Kader/Ismail non riesce a perdonarsi di avere abbandonato in Iran il padre, dopo essere stato, come tutto l'ambiente richiedeva, la sua bocca e le sue orecchie.

Ora, in una terra straniera  accogliente, ma non sua, anche lui sordo e muto e analfabeta davanti a una lingua e ad usi e costumi tutti da scoprire, sente che è tempo di cercare di decifrare il passato, il suo personale e quello dell'Iran dell'ultimo secolo: la modernizzazione forzata degli Scià, il tentativo fallito di liberalizzazione ad opera di Mossadek, la lotta di liberazione, l'avvento e la fine di Khomeini, tutte tappe di un'epopea anche famigliare. E lo fa avendo come guida il misterioso taccuino del padre, scritto in lingua cuneiforme, una lingua morta per tutti, ma viva per un sordomuto analfabeta che ha bisogno di esprimere i propri moti dell'anima.

Nella parte iniziale del libro, lo zio poeta che propizia l'incontro del bambino Aga Akbar, che sarà padre di Kader/Ismail, con quella scrittura cuneiforme così seducente, capisce che senza la scrittura l'anima del bambino sarebbe morta. Una bella metafora del ruolo del 'daimon' nella vita di un poeta per vocazione.
In un continuo oscillare tra presente e passato, tra Olanda e Persia, tra poesia e realtà, nel riannodarsi del rapporto tra padre e figlio, si tessono anche i grandi temi del presente: l'incontro di culture, lo scontro fra tradizione e progresso, la capacità di ritrovare quel contatto tra gli esseri per cui l'unico vocabolario che serve è quello del cuore.
Da leggere quando si vuole, con un po' di attenzione, senza la fregola di arrivare presto alla fine.

(Lanfranco Scalvenzi)