martedì 5 marzo 2013

Forza senza legittimità. Il vicolo cieco dei partiti, di Piero Ignazi

Forza senza legittimità. Il vicolo cieco dei partiti, di Piero Ignazi - Laterza 2013, Euro 14,00 - (www.laterza.it)

Da dove trae legittimità il partito politico? Il fondamento della legittimità per un partito politico risiede innanzitutto nel concetto e nella storia della democrazia di un paese e quindi per l’Italia nella Costituzione e nel suo articolo 49. La forza gliela conferisce il voto popolare. Ma la legittimità sta prima della forza, è il fondamento che la forza non sia prepotenza. Dunque il titolo del libro appare concepito per attirare, se ce ne fosse bisogno, e per ammiccare al sentimento fin troppo diffuso contro i partiti, anzi contro il partito politico, come istituto della democrazia. Bastava il sottotitolo a spiegare di cosa volesse parlare il libro.

L’Autore, Piero Ignazi, è uno studioso molto stimato della storia e della evoluzione dei partiti politici italiani e giustamente parte dalla domanda fondamentale ‘a cosa serve un partito politico oggi?’. Naturalmente per dare una risposta anche parziale a questo interrogativo, si riparte dalla loro origine, dall’origine della parola partito che nella ‘invenzione’ di Jean Jacques Rousseau stava a significare portatore di disegno circa la società e lo stato da sottoporre all’approvazione del corpo elettorale. In questa accezione non è pensabile una democrazia senza partiti, anzi i partiti sono la democrazia che si organizza. La crisi dei partiti non è dunque slegata dalla crisi della democrazia e dei suoi istituti. Se la democrazia non è riducibile al solo voto, ma è un continuo ininterrotto flusso dialogico alla ricerca di un compromesso transitorio tra i diversi interessi, tanto meno i partiti possono essere considerati per la loro consistenza numerica.

Così come quella della democrazia, anche la vita dei partiti si è alquanto complicata. A Piero Ignazi va il merito di rimettere un po’ in riga in questo saggio i problemi che oggi i partiti si trovano i davanti. Egli non ha ovviamente ricette da proporre. Certo il populismo è lontano dalla democrazia, la semplificazione dei tempi e delle soluzioni da dare ai problemi e agli interessi diversi della società è antipolitica e antidemocratica.

Non si può lisciare il pelo a tutti i lupi, non è vera democrazia quella che lascia ai populisti l’ascolto e la voce del popolo. Nella storia di questo paese il populismo si presenta come una febbre ciclica, nel 1922, a quattro anni dalla fine della prima guerra mondiale, sfociò con la marcia su Roma. Non è che oggi la situazione sia più allegra. I partiti di massa nel 1945 hanno contribuito a costruire e irrobustire la democrazia anche ricorrendo alla aborrita (ma in seguito) pratica della consociazione che consisteva nell’associare, nel chiamare all’esercizio della politica e del potere rappresentanti di minoranze, ossia a combattere la dittatura della maggioranza. Si ricorda, ad esemplificazione che il Comitati di liberazione nazionale durante la guerra dovevano essere formati da tutti i partiti e quando a Bari, ad es. non si trovava un repubblicano, si creava un repubblicano per coinvolgere il Partito repubblicano. E’ quello il momento virtuoso del consociativismo, pratica che poi degenerò in pratiche assai poco onorevoli. Quel principio democratico favorì anche la nascita di movimenti, associazioni, organizzazioni che seminarono una cultura, amalgamarono, fecero dell’Italia, un paese di recente unità, una repubblica. I partiti impararono poi che l’autonomia di quei movimenti e di quelle associazioni era un arricchimento.

E oggi? Questa rete è tutta in crisi a causa di errori e varie debolezze nonché del cambiamento della società italiana, meno disposta al noi e più attenta alle ragioni del singolo, meno incline a rappresentare un noi e a farsi rappresentare da qualcuno. Per questo è anche un po’ anacronistico, e profondamente antidemocratico, parlare di democrazia di mandato e vituperare l’art.67 della nostra Costituzione. Grillo parla della nostra Costituzione (che pure nella seconda parte è da rivedere) come ne parlano i fascisti d’antan, un testo non già frutto dell’incontro delle diverse culture politiche dell’Italia libera, ma legaccio per la voce del popolo.

Che ci si preparino tempi bui? Preferiamo pensare che dalla crisi democratica si possa uscire con un di più di democrazia e non con l’abolizione dei suoi istituti. All’attuale crisi, che necessita di molti diversi interventi, si potrebbe rispondere - anche Ignazi lo accenna - magari introducendo pratiche di democrazia deliberativa sia nella vita dei partiti (di cui un caposaldo imprescindibile deve essere la democrazia interna, altro che leader col volto coperto) che nella gestione della pubblica amministrazione. Una strada indicata dalla cultura anglosassone, le cui pratiche vanno declinate secondo la storia e la cultura italiana. Modalità forse non esaustiva ma valido tentativo di dare risposta alle necessità dell’oggi.

(Graziella Falconi)