lunedì 11 febbraio 2013

Sviluppo e Occupazione

Il nostro Paese sta morendo di (sotto)-sviluppo e (sotto)-occupazione che sono probabilmente TRA tutte le categorie economiche proprio quelle che non si possono creare per decreto. E’ per questo che la politica degli ultimi venti anni, da qualunque orientamento ideologico ispirata, non è riuscita a dare risposte concrete: pensa di poter imporre anche la crescita dall’alto, mentre riesce solo a deprimerla con provvedimenti che con l’intento di regolare distruggono valore.

E’ il caso della Riforma del Mercato del Lavoro. Nessuno nega che il lavoro flessibile sia una opportunità che, declinata evitando lo sconfinamento nella precarietà, possa creare occasioni di sviluppo e di occupazione, ma solo se applicata con intelligenza alle giuste categorie di soggetti economici, lavoratori e imprese.

Il Governo ha assunto come obiettivo dominante che la riforma dovesse liberare le grandi imprese dal divieto di licenziare in presenza di motivazioni economiche, compensando i lavoratori con congrue indennità sostitutive. Ciò rende certamente più disponibile il management dei grandi gruppi ad assumere sapendo che quei lavoratori non costituiranno una zavorra permanente sui costi aziendali, ma non garantisce automaticamente una domanda di lavoro da parte delle aziende. Solo la domanda primaria da parte del mercato di riferimento delle aziende consente questa equazione ed oggi, come tutti sappiamo, la domanda interna è in caduta verticale.

Inoltre non si può ignorare che oggi risulta conclamato, anche in paesi con tassi di crescita a due cifre, che solo una piccola fetta dello sviluppo si traduce in crescita dell’occupazione, essendo ormai il valore aggiunto della gran parte dei prodotti industriali costituito soprattutto da componenti immateriali quali ricerca & sviluppo, marketing & comunicazione, reti commerciali e, ahimè!, finanza.

Ma se da un lato la riforma del mercato del lavoro non è ancora riuscita a fornire alla grande impresa il volano necessario allo sviluppo, dall’altro ha però creato il grave effetto di ingessare la domanda di lavoro da parte delle piccole imprese che costituiscono oltre il 95% del nostro tessuto imprenditoriale.

Tutte quelle imprese che fino ad oggi, confortate dalla soglia dei 15 dipendenti, ma soprattutto dalla voglia di costituire organismi produttivi sani perché basati sulle competenze delle proprie maestranze, hanno tenuto a libro paga anche coloro che per motivi economici non avrebbero più potuto permettersi, oggi sanno che se continuano ad assumere dovranno accantonare da un minimo di una decina di mensilità fino ad importi assai più significativi quale indennità sostitutiva e questo sì che costituisce un blocco sostanziale alle assunzioni.

Come ci si fa dunque a stupire che in sei mesi il tasso di disoccupazione sia arrivato all’11,2% con la drammatica evidenza della penalizzazione proprio della forza lavoro giovanile. Stupisce semmai che tutte le parti sociali, con alcune significative eccezioni, e le istituzioni abbiano suonato la grancassa di una riforma il cui disastro era già contenuto nelle sue premesse: favorire la grande impresa a danno della piccola.

Il Governo dei Professori che non hanno mai avuto il problema di far quadrare i conti delle loro organizzazioni perché in gran parte finanziate dalla mano pubblica, né tanto meno di valutare managerialmente l’opportunità di assumere qualcuno e di pagargli lo stipendio col frutto della sua attività, non se ne è proprio reso conto. Assegnandosi il ruolo di riformatore strutturale ha imposto la sua legge e non si preoccupa dei morti che sta lasciando sul campo.

Il lavoro sta drammaticamente perdendo la sua battaglia per la sopravvivenza nei confronti del capitale che non è più quello degli impianti e delle tecniche/tecnologie di produzione, ma è addirittura quello della finanza che, mobile e virtuale, non ammette interlocutori nella sua inafferrabilità. Questa guerra non è meno drammatica di quella culminata nella tragedia della shoà che ha visto soccombere nel secolo scorso decine di milioni di esseri umani discriminati per motivazioni ideologiche e razziali. Oggi i discriminati sono i licenziati che non troveranno più un posto di lavoro, ma anche i lavoratori che temono di diventarlo e che quindi per paura non sono più neanche disposti a lottare per gli altri già discriminati.

Attenzione perché la storia si è già più volte ripetuta e non c’è bisogno che l’origine dei discriminati sia sempre la stessa: è sufficiente che ad essere la stessa sia la percezione di drammatica impotenza dei discriminati.

Le risposte non sono nelle filosofie che i teorici/burocrati pensano di poter ancora una volta imporre, ma sono “in cielo e in terra” nella vita quotidiana di lavoratori, famiglie e imprese che lottano tutti i giorni perché la giustizia e i diritti non soccombano.

Solo individuando dal basso la vera domanda di prodotti e servizi di cui la società ha bisogno e pretendendo il rispetto della regole nella scelta dei fornitori di prodotti e servizi più efficienti la politica può sperare di rivitalizzare l’economia, senza doversi più porre il problema di disturbare gli interessi dei potenti che oramai sono evidentemente in palese contrasto con la giustizia sociale e la crescita del benessere collettivo.

(Leonardo Loprete)