venerdì 24 maggio 2019

LOMBARDIA: IL MODELLO "BRESCIA"






È strano che Brescia non sia considerata un modello nel nostro Paese.


È una realtà che non ha eguali in Italia: la città, di 200.000 abitanti, ha una popolazione di immigrati pari al 19%, quasi tutti occupati nell'industria e nei servizi. La provincia, di 1.263.000 abitanti, ha una presenza di immigrati del 15%, tutti al lavoro, comprese le donne, nelle attività industriali ed agricole (vino e olio, ma soprattutto foraggi e allevamenti).


All'Associazione degli Industriali dicono che il PIL provinciale, di 39,3 miliardi di Euro, viene prima di quello della Slovenia, Lituania, Lettonia.


Il tasso di disoccupazione è del 5,2% (meno della metà di quello nazionale), mentre la disoccupazione giovanile è del 16,3% (la metà di quella nazionale).


L'export raggiunge il livello più alto in Italia.


Si è fatta molta satira sul tondino e sulle acciaierie, ma sono le macchine utensili la punta di diamante dell'export, una produzione ad alto valore aggiunto con un contenuto di ricerca tale da coinvolgere costantemente le Università.


Se ci fosse un collasso dell'immigrazione, aggiungono, dovremmo chiudere bottega in tutti i comparti. 


A Brescia, dove secondo le ultime rilevazioni, si parlano più di un centinaio di lingue, di sera è facile incontrare frotte di ragazzi di colore diverso, che discutono e giocano, come se si trovassero in un salotto.


A me capita spesso di incontrare, in provincia, lavoratori pakistani, indiani, cingalesi in bicicletta che fanno il giro degli allevamenti di bestiame, data la loro capacità con gli animali.


Su alcune strade poderali, che sono anche piste attrezzate per l'esercizio dello sport non competitivo, incrociano donne e uomini che corrono all'alba o al tramonto, per il jogging giornaliero, e salutano.


Parlo con Emilio Del Bono, Sindaco di Brescia del PD, che recentemente è stato rieletto già al primo turno. Mi confida che il segreto consiste in una integrazione tra gli autoctoni ed il pulviscolo degli immigrati avvenuta combattendo i quartieri ghetto, e conducendo una lotta ferrea agli estremismi: quello di alcuni immigrati che all'inizio tendevano a isolarsi in enclave culturali, dove era fatica immensa far passare le leggi e le consuetudini italiane, e quello ipersecuritario di consistenti frange della Lega, che con il loro comportamento distorcevano la percezione di pericoli enfatizzati, ma irreali. “Siamo stati inflessibili anche con le ronde padane”, dice. È così che mentre negli ultimi vent'anni è costantemente diminuito il numero dei reati contro la persona ed il patrimonio, la percezione degli abitanti non sembra divergere dalla realtà.


L'amministrazione non ha lesinato investimenti per dotare la città di grandi quantità di verde attrezzato per bambini, mamme, giovani, anziani, con corsie preferenziali per i disabili.


L'assenza di sporcizia e la cura delle attrezzature dà l'impressione al visitatore di trovarsi a Ginevra, o a Stoccolma.

Com'è stato possibile, gli chiedo, costruire una realtà come questa nella nostra Italia che va in tutt'altra direzione? Mi guarda sorpreso. “Lo sai”, mi risponde. Eh, sì, lo so, dato che ho partecipato anch'io al lavoro fatto.


Molti dei nostri tesori li abbiamo ereditati dal passato, e in qualche modo li abbiamo valorizzati e incrementati. Secondo noi qui è avvenuta una saldatura virtuosa tra diverse culture del novecento: quella liberale impersonata nel primo novecento già da Zanardelli, e più tardi, sul piano culturale, dal filosofo Emanuele Severino, quella cattolica dalla quale proviene anche Paolo VI (un cattolicesimo gallicano, attento alle dinamiche sociali e culturali, che affonda le sue radici nel personalismo di Mounier e Maritain, e che gestisce tre case editrici tra le più avanzate in Europa, come “La Morcelliana”, “La Queriniana, “La Scuola Editrice”) e la tradizione socialista/comunista del movimento operaio che ha avviato con la componente cattolica della Cisl, a partire dagli anni 60 del secolo scorso, il processo di unità sindacale.


La saldatura di quelle tre culture è stata la culla di élite lungimiranti, sicure di sé, che hanno dato vita, mettendo insieme tutte le forze, a esperienze di organizzazione sociale avveniristiche per quel tempo, come la costruzione nella cintura esterna di quartieri popolari a basso costo, forniti di tutti i servizi necessari e di comfort tipici del centro, per favorire un inurbamento ordinato; e ad un welfare che è oggetto di studio ancora oggi.


Per fare solo qualche esempio, qui funziona da tempo il ciclo integrato della raccolta e dello smaltimento dei rifiuti, con la differenziata a pieno regime e un termovalorizzatore, che nel 2006 la Columbia University di New York ha eletto “miglior impianto del mondo”, che brucia una gran quantità di “monnezza”, non solo bresciana, e produce energia e calore che vengono immessi nelle reti che illuminano e riscaldano tutta la città. Sfrutta a questo fine anche l'enorme caldaia a metano che già negli anni '70 distribuiva alla città l'acqua calda del teleriscaldamento, riducendo le bollette, ma anche l'inquinamento.

C'è anche una discarica ovviamente, per le ceneri residue, che non produce esalazioni.


Ma quella saldatura, che ha favorito una collaborazione tra forze diverse, ha prodotto anche la decisione, più di trent'anni fa, di costruire una metropolitana leggera, modello Copenaghen, che va senza conducenti né controllori, che è pulitissima, ed ha opere d'arte in ogni stazione, unico esempio di trasporto pubblico in Italia che produce utili e fa cultura.


Ha sviluppato anche una sanità all'avanguardia: la rete bresciana degli ospedali è un punto di riferimento per la ricerca in tutta Europa, e qui si viene, per farsi curare, da ogni regione dell'Italia.


Qui insomma, per la saldatura di quelle tradizioni, i servizi funzionano, producono utili e attraggono risorse materiali e immateriali da tutta l'Italia, e persino dall'Europa.


“Sì, sono testimone attivo di tutte queste trasformazioni”, dico a Del Bono, “perché vi sono cresciuto dentro e non sono stato con le mani in mano, lo sai bene”.


Anche il bisogno di conoscere la propria Storia ha generato impulsi fecondi.


Brescia che è stata una delle capitali dei longobardi, custodisce tesori che sono stati recuperati e raccolti nel grande complesso di “Santa Giulia”, fatto costruire da Desiderio, l'ultimo re Longobardo, per la figlia Anselperga, ed ora patrimonio dell'umanità, dove si svolge una parte cospicua della vita culturale della città, con mostre, convegni, ecc.


Capisco che il Sindaco vuole dirmi un'ultima cosa. È la stessa che voglio dirgli io.
Ci sono due valori che attraversano da sempre quelle tre culture, e ne rappresentano in qualche modo il collante. Il primo è il valore del lavoro, l'altro ha a che fare con l'etica della responsabilità verso sé stessi e verso l'altro. Non è mera retorica, lo so per esperienza, e lo sanno anche gli immigrati, che non a caso qui si integrano bene.


Siamo un po' fissati con questi valori, che hanno una venatura calvinista, non c'è dubbio. Li si apprende con il latte materno, li si respira nell'ambiente.

Io qui ho frequentato sia le superiori, sia l'Università lavorando già dai 14 anni, ed era una cosa normale. Con me infatti c'erano moltissimi ragazzi che avrebbero anche potuto, per condizione famigliare, fare diversamente. Persino mio figlio: dopo la scuola dell'obbligo mi disse, “anch'io voglio fare così”. E pure lui ha fatto ogni lavoro disponibile, mentre frequentava le superiori e l'Università. Qui, per i più, il lavoro è ancora una sorta di religione civile, e si riverbera anche sullo studio.


Ecco perché il reddito di cittadinanza e la quota cento danno fastidio, e qualche creativo esprime un suo pensiero su alcuni muri della periferia cittadina, scrivendo: “Quanto hanno lavorato Salvini e Di Maio prima di entrare in politica? Zero”. Insomma, c'è sempre di mezzo il lavoro. “Cosa accadrà domani?” chiedo al Sindaco. “Boh”, mi risponde, “Io seguo una massima che ho imparato da bambino: fai quel che devi”... “Sì, e accada quel che deve”, aggiungo io, il vostro scriba.

Lanfranco Scalvenzi                                     



                                




giovedì 16 maggio 2019

LA LOMBARDIA, DI NUOVO SOTTO INDAGINE, NON È UN MONOLITO.



Da qualche giorno siamo a conoscenza di un'indagine della Magistratura di Milano su quello che è stato chiamato dai media, accennando tra l'altro ai processi di “Mani pulite” che risalgono agli anni '90 e che hanno distrutto una buona parte del tessuto politico della “Prima Repubblica”, “un nuovo sistema corruttivo lombardo”.  
Gli epicentri delle nuove indagini sarebbero Milano e Varese, ed i soggetti coinvolti sarebbero moltissimi (si supera il centinaio). Tra loro, allo stato attuale, ci sono anche parlamentari, amministratori e dirigenti di Forza Italia, un candidato alle elezioni europee dello stesso partito, e un bel mazzo di imprenditori, alcuni dei quali avrebbero rapporti con esponenti della 'ndrangheta. Anche lo stesso presidente (in quota Lega) della Regione, Attilio Fontana, sarebbe indagato per abuso d'ufficio.

Sarebbe al vaglio dei magistrati milanesi anche l'acquisto di una palazzina a Bresso, in provincia di Milano, da parte dell'ex Sottosegretario del Governo Lega - Cinquestelle, Armando Siri, in quota Lega, che a suo tempo, nell'ambito delle sue attività private, aveva già subito, attraverso il patteggiamento, una condanna per “bancarotta fraudolenta”, non sufficiente tuttavia a impedirgli di diventare Sottosegretario dell'attuale Governo. Un'indagine, quella attuale sulla palazzina di Bresso, che apparentemente non ha nulla a che fare con quella raccontata all'inizio dell'articolo, e nemmeno con quella che ha spinto il premier Giuseppe Conte a dimetterlo per decreto da Sottosegretario, che risale a recenti vicende nazionali (storie di presunte mazzette e affari nel campo dell'eolico che coinvolgono la ventosa Sicilia occidentale).

Ricordiamo infine che da tempo è in carcere, per una condanna relativa alla gestione della Sanità lombarda, l'ex presidente Roberto Formigoni (il “Celeste”), anch'esso di Forza Italia, e che qualche anno fa, i più importanti dirigenti della Lega, compresi il segretario ed il tesoriere, con importanti cariche istituzionali, sono stati indagati, processati e condannati per diversi reati, e obbligati tra l'altro alla restituzione di 49 milioni di finanziamento pubblico (risorse dei contribuenti), di cui si sono perse le tracce, una restituzione che peraltro non è ancora avvenuta, essendo stata dilatata a tal punto nel futuro da coprire quattro generazioni: pare che si  esaurisca solo verso fine dell'attuale secolo.

La situazione in pillole è quella descritta. Vedremo come andrà a finire, e se ci saranno altre novità in proposito.

Anticipiamo con il presente un prossimo articolo a commento del fatto che oggi ci troviamo di fronte ad una situazione ben diversa rispetto agli anni '90, cioè rispetto all'epoca di “Mani pulite”: una situazione molto più fluida, addirittura liquida, per la presenza molto meno organizzata, molto meno radicata nella Società, dei partiti tradizionali. Una situazione nella quale le diverse articolazioni di potere, facilmente sganciate da partiti privi di storia, di solida organizzazione, e di vita democratica, sconosciute ai più e difficilmente controllabili, hanno rapporti fiduciari con singoli operatori economici, o ambienti chiusi di servizi pubblici e privati, rispondendo tuttalpiù a capi e capetti, ognuno dei quali con un pascolo elettorale da foraggiare e dal quale attingere consenso. È una situazione ben più complessa e preoccupante di una Regione che però sbaglieremmo a considerare tutta della Lega, o di Forza Italia, e tutta d'un pezzo.

Osservando la Lombardia da lontano può manifestarsi infatti l'effetto ottico di una certa uniformità territoriale e sociopolitica ma, per diversi motivi, tutti da approfondire, è verificabile, dopo un'analisi più attenta, una consistente differenza politica e culturale tra le città, più ricche di servizi e meglio inserite dentro i processi di globalizzazione, più vicine ai centri della spesa pubblica, e le provincie, anch'esse ricche economicamente, ma più marginalizzate sul piano culturale e dei servizi, e più in ombra sul piano mediatico. È un fenomeno che presumibilmente tenderà col tempo a ridursi in una realtà come quella della valle del Po, caratterizzata sempre più da un fenomeno chiamato dagli esperti “città diffusa”, ma ciò che pone più di un interrogativo è il dato che questo è un fenomeno comune a tutto l'Occidente.

Si pensi, per non andare troppo lontano, alla diversa articolazione territoriale del voto, non solo tra Regioni con storie, culture, e persino religioni diverse, ma tra grandi città e campagna (o periferie), che si è manifestata nel Regno Unito, a proposito del Referendum sulla cosiddetta Brexit. Ma il fenomeno interessa ad ogni tornata elettorale, in modo forse più marcato, gli Stati Uniti, oltre al resto d'Europa, con qualche rara eccezione. E sarebbe interessante leggere degli studi approfonditi, corredati di dati e di ipotesi interpretative, sull'argomento. Cercheremo di documentarci meglio e di darvene notizia.

Ritornando alla Lombardia, non è di poco conto il fatto che città come Milano, Brescia e Bergamo, per fare soltanto qualche esempio, cui per affetto aggiungerei Cremona (ma ce ne sarebbero anche altri, sia pure meno significativi, dato che quelle citate sono le maggiori città della Lombardia), siano governate da parecchi anni dal centrosinistra con evidente soddisfazione della maggioranza dei cittadini. Qui la presenza leghista è notevolmente contenuta.

A Brescia, dove alle ultime elezioni è stato riconfermato al primo turno il Sindaco Emilio Del Bono, del Partito Democratico, si potrebbe parlare, di un “modello sociale politico e culturale” storicamente definito, che investirebbe quindi sia le Istituzioni, sia la Società nel suo insieme, vale a dire il mondo produttivo, quello dei servizi, e soprattutto quello della cultura. Di questo racconteremo nel prossimo post, attraverso un articolo necessariamente di poche righe, quindi non esaustivo, che non a caso avrà il titolo di “Modello Brescia”. La narrazione è frutto di “esperienza vissuta”, avendo l'autore partecipato concretamente, anche se saltuariamente, alla vita della città negli ultimi cinquanta anni.
Lanfranco Scalvenzi